Una Famiglia nella guerra (fredda) 2026

 

 

Il dopoguerra della fotografia italiana si apre nel 1947 con la pubblicazione su “Ferrania” del  Manifesto de La Bussola, nel quale si rivendicava  “la necessità di allontanare la fotografia, che abbia pretese di arte, dal binario morto della cronaca documentaria (…)  [poiché] in arte il soggetto non ha nessuna importanza. Quel che soltanto importa è che l’opera, qualunque sia il soggetto, abbia o meno raggiunto il cielo dell’arte: sia bella o no. (…) Non si vuol con questo disconoscere l’utilità nel campo pratico del documento fotografico e com’esso sia vitale per la cronaca e il ricordo dei tempi. Ma il documento non è arte; e se lo è, lo è indipendentemente dalla sua natura di documento”[1].  Insomma una confutazione, nemmeno troppo velata, delle opinioni espresse pochi anni prima da Federico Patellani, per il quale la fotografia aveva vinto “per la sua impareggiabile comunicatività ed infine perché infrena ed inquadra tanta fantasia spesso inutile. (…) la fotografia, cioè, costringe a presentare i fatti nella maniera più incisiva, più comunicativa, più giornalistica. (…)  l’inviato fotografico considera la propria attività non arte, ma mestiere. (…)  Ciò che conta, nel giornalista «nuova formula» è che egli sappia fare fotografie che documentino il lettore; se vuole, se è capace, faccia poi delle belle fotografie (…). Certamente è difficile il fondere in una sola fotografia i valori documento-bellezza. Sta qui la classe del fotografo”[2].  I bussolanti  aderivano invece alla poetica espressa nell’Introduzione per una estetica di Alex Franchini-Stappo e Giuseppe Vannucci Zauli, per i quali  “l’oggetto fotografico deve essere un semplice sostegno materiale, un pretesto per creare una forma fotografica”[3]; un credo allora imperante nel contesto rigidamente circoscritto della pratica amatoriale con intenzioni o velleità ‘artistiche’. Si  disconosceva così ogni interesse e valore,  si rifiutava quindi il dialogo con le pratiche fotografiche professionali, in specie col reportage e la fotografia di cronaca che in quegli anni connotavano i progetti editoriali dei periodici illustrati, ma anche a iniziative di grande rilievo storico e politico quali le mostre fotografiche prodotte dal Corpo Volontari della libertà e dal CLN nel 1945-1947. Iniziative che intendevano contribuire al “processo di edificazione della memoria visiva dell’evento” [4] e restituire l’immagine (e anche una forte dose di immaginario)  della Resistenza appena compiuta, così come emergeva dal laboratorio politico in cui si andava definendo la Repubblica. Questione tanto socialmente irrilevante quanto fondamentale per chi rifletteva sul possibile statuto e valore espressivo della fotografia, e in particolare di quella di reportage, che assumeva un ruolo sempre più centrale sullo scenario internazionale. Si assisteva così a una divaricazione che molto avrebbe pesato nei decenni successivi, con più o meno esplicite connotazioni ideologiche: “mentre da destra  – scriveva Paolo Monti[5] – ci sollecitano a fotografare bottiglie di latte proibendoci qualsiasi accenno narrativo, da sinistra si vorrebbe che i nostri obiettivi fossero giorno e notte puntati sull’uomo, questo innocente bersaglio di troppe indagini più o meno legittime e accettabili.” La questione era però più articolata e complessa, rimandando alla contrapposizione tra l’uso sempre più massiccio e consapevole delle fotografie nella stampa periodica generalista e una produzione amatoriale anche di grande qualità formale ed espressiva ma volutamente circoscritta,  relegata ai circuiti delle mostre di fotografia e alle riviste di settore. Tra mostre e pubblicazioni con fotografie  – come quelle dedicate alla Resistenza  o The Family of Man –  e mostre e pubblicazioni di fotografia quali la Mostra della fotografia europea che si tenne nell’ aprile 1951[6], a Milano, all’Accademia di Brera da pochi mesi riaperta dopo i disastri della guerra, o Post-War European Photography curata da Edward Steichen al Museum of Modern Art  di New York nel 1953, con settantanove fotografi da undici paesi[7].

Due anni dopo, il 24 gennaio 1955, apriva  nello stesso museo The Family of Man[8], quella che una Press Release del Museo definiva “an exibition of creative photography”, curata  ancora da Steichen, che la presentava in catalogo come “il progetto più ambizioso e stimolante che la fotografia abbia mai intrapreso. L’esposizione  (…) dimostra che l’arte della fotografia è un processo dinamico per dare forma alle idee e spiegare l’uomo all’uomo. È stata concepita come uno specchio degli elementi e delle emozioni universali nella quotidianità della vita, come uno specchio dell’essenziale unità dell’umanità in tutto il mondo”[9]. Frutto del lavoro pluriennale di un gruppo che comprendeva oltre a Carl Sandburg,  Waine Miller per le ricerche fotografiche, Dorothy Norman per la selezione delle fonti letterarie e Paul Rudolph per il progetto di allestimento, anche collaborazioni esterne come quella di Dorothea Lange[10], la mostra presentava 503 fotografie di 273  autori diversi, dei quali 163 statunitensi, selezionate da una massa originaria che – a seconda delle fonti – oscillava tra i due e i quattro milioni di immagini[11],  almeno nominalmente provenienti da tutto il mondo[12].

La presentazione di Steichen intendeva  superare nei fatti quelle dicotomie manichee in cui ancora si dibatteva (e forse si dilettava) la cultura fotografica italiana, mostrando e dimostrando che l’ “arte della fotografia” poteva “spiegare l’uomo all’uomo”, riuscendo a fondere in un’immagine “i valori documento-bellezza”.   Anzi, e di più, che questo potesse accadere  a prescindere dalle specifiche connotazioni e distinzioni di cultura e di lingua; che la fotografia potesse cioè essere il nuovo,  vero e indispensabile linguaggio universale. Una concezione che aveva le proprie radici nella cultura tedesca tra le due guerre, dalla prospettiva di alfabetizzazione fotografica di Lazlo Moholy-Nagy[13]  come dalla concezione universalista del linguaggio fotografico di August Sander[14]. Un ideale positivo per quanto ingenuo (che insospettiva  Walter Benjamin[15]), che sarebbe sopravvissuto all’uso strategico  delle immagini (fisse e in movimento[16]) quale strumento propagandistico proprio dei regimi totalitari per ricomparire nel secondo dopoguerra nelle dichiarazioni dei funzionari delle Nazioni Unite[17] come dei responsabili  della Fédération Internationale de l’Art Photographique[18], per non dire (con intenzioni in parte diverse) di un autore tanto raffinato quanto Walker Evans[19]. Era la condizione esistenziale della civiltà delle immagini; quella che vedeva “combattere in molti campi parola e immagine, ma mentre da millenni conosciamo il potere della parola, ancora non abbiamo esplorato le possibilità delle immagini. Ci limitiamo a usarle, a consumarle, a divorarle. E presto le dimentichiamo”[20], poiché – infine –  “è molto più facile guardare un’immagine che leggere un paragrafo. Il pubblico americano dei lettori sta rapidamente diventando non più un pubblico che guarda, ma un pubblico che lancia occhiate frettolose e distratte (…). I fatti delle nostre case e dei nostri tempi, mostrati chirurgicamente (…)  sono l’esclusivo ambito contemporaneo del fotografo (…). Spetta a lui fissare e mostrare l’aspetto complessivo della nostra società, il sobrio ritratto delle sue stratificazioni, i loro retroscena e i contrasti combattuti. È la macchina fotografica che oggi rivela i nostri disastri e le nostre pretese di divinità”[21].

In questo scenario va collocato e inteso il proliferare, specie negli USA, di mostre fotografiche (di mostre con fotografie) destinate a indagare o illustrare ogni “aspetto complessivo della nostra società” con più o meno esplicite motivazioni ideologiche e intenzioni  propagandistiche; mostre che oscillavano tra i due temi  complementari della pace e della guerra. Momenti essenziali della genesi di un processo complesso come quello che portò alla realizzazione di FoM.  Il suo avvio può essere convenzionalmente collocato nell’aprile del 1938, quando  aprì nel Grand Central Palace di New York City la First International Photographic Exposition, che aveva  l’ambizione di raccontare l’America agli americani  attraverso un corredo di più di tremila fotografie esposte, tra le quali fecero particolare scalpore quelle della Farm Security Administration,  nella convinzione – come scrivevano i curatori – che la fotografia fosse “la più universale delle scienze applicate e la più viva delle arti. Lucida nella sua applicazione, universale nel suo fascino, sta rendendo l’America un popolo con una mentalità rivolta all’immagine, un popolo in cui il senso visivo sta diventando sempre più dominante come influenza educativa ed emotiva”[22]. In un orizzonte comunicativo più esteso, proprio della stampa periodica illustrata, si collocavano i grandi servizi pubblicati da una  rivista come “Ladies’ Home Journal” (“The Magazine Women Believe In”, recitava il sottotitolo)  come People are People the World over, che fu anche il primo lavoro interamente affidato alla Magnum, nel quale si mostravano gruppi familiari di diverse nazionalità, tutti intenti ad affrontare  gli stessi comuni problemi, in un’ottica umanista e universalista che anticipava quella di FoM.  Nelle parole del curatore John G. Morris  “la conclusione del nostro sondaggio sorprenderà solo chi scrive i titoli dei giornali. Semplicemente, le persone sono persone, ovunque le si trovi”[23]. Ancora a un membro Magnum come David Seymour l’ UNESCO commissionava un  altro progetto fotografico universalista dedicato ai bambini d’Europa vittime della guerra[24], che  anticipava di qualche anno l’analoga proposta avanzata da Cesare Zavattini a  Giulio Einaudi nel 1954, poi non realizzata,  per un libro fotografico “di bambini italiani, scelti in tutte le regioni d’Italia, ai quali dobbiamo domandare qualche cosa sulla guerra”, senza escludere però la possibilità di “allargare l’inchiesta a tutto il mondo, così ci entrerebbero […] i russi, i negri, i cinesi, gli indiani. È un libro che in questo momento potrebbe avere un significato e quindi anche una attrattiva di natura editoriale”[25].  Come sottolineava Bruce Downes illustrando le attività  della Film and Visual Information Division del Department of Public Information delle Nazioni Unite, “reduce dalle guerre, la fotocamera si dedica piena di speranze all’eroico compito di documentare il nuovo sforzo mondiale per stabilire una pace duratura”[26].   Da qui mostre quali Les Droits de l’Homme, aperta al Musée Galliera  di Parigi negli ultimi mesi del 1949[27], dalla quale vennero tratti materiali per la compilazione dell’album omonimo, prodotto dal Department of Mass Communication dell’UNESCO[28],  o Die Menschheit, eine große Familie, organizzata al Museo di Storia Naturale di Vienna nel 1951[29] , una mostra di taglio antropologico con un titolo che sarebbe poi stato ripreso in molte edizioni europee di FoM.

L’impegno generalizzato per la pace non escludeva però (specie negli Stati Uniti) la propaganda di guerra,  affidata dal MoMA ad Edward Steichen ancor prima della sua nomina a direttore del Dipartimento di fotografia del museo in sostituzione di Beaumont Newhall. Nacque così  Road to Victory, 1942,  “a Procession of Photographs of the Nation at War”[30], che Herbert Bayer allestì secondo il concetto di  field of vision da lui utilizzato per la prima volta  nell’allestimento della sezione tedesca della  Exposition de la Société des Artistes Décorateurs[31] del 1930 e ripreso nella successiva Airways to Peace. An exhibition of geography for the future, 1943, curata da Monroe Wheeler, Director of Exhibitions  del MoMA. Nella testimonianza del curatore fu proprio Road to Victory la mostra che impresse una svolta alla politica museale; quella “che offrì nuove idee al consiglio di amministrazione del Museo. Per loro, questa era una novità nel campo della fotografia. C’erano fotografie che non erano semplicemente esposte per il loro valore estetico. C’erano fotografie usate come forza e la gente accorreva in massa per vederle. Persone che normalmente non visitavano mai il museo vennero a vedere questa. Così mi hanno proposto di continuare su questa strada”[32]. Un percorso che negli anni successivi avrebbe condotto a Power in the Pacific (1945) , con l’allestimento dell’architetto e fotografo George Kidder Smith, già collaboratore di  Steichen durante la guerra, e ancora Korea – the Impact of War in Photographs (1951), nella quale si alternavano, con una logica anticipatrice di grandi e problematici sviluppi,  riprese autoriali e degli apparati automatizzati montati sui sistemi d’arma, le cosiddette “gun camera”[33]. Come dichiarava il comunicato stampa del MoMA “Ecco delle fotografie che hanno qualcosa di importante da dire, e lo dicono”[34]; fotografie e sistemi espositivi a cui era esplicitamente assegnata la funzione di agenti di storia. Fotografie sociali quindi, non solo e non tanto nel contenuto quanto nella funzione strumentale[35] loro assegnata, precisamente riconosciuta e adottata, condivisa   anche dagli organismi sovranazionali. Una comunità di intenti e prospettive confermata dalla partecipazione di Steichen, reduce all’enorme successo ottenuto da FoM nei suoi primi mesi di circolazione statunitense, ai Rencontres sur le rôle de l’image dans la civilisation contemporaine che si tennero in occasione della  Biennale Photo-Cinéma-Optique al Grand Palais di Parigi.  Il sorprendente favore popolare non era di certo sminuito dalle critiche formulate dalla stampa più qualificata, che aveva immediatamente compreso come – contrariamente all’intenzione espressa da Steichen  – quello fosse “un progetto editoriale piuttosto che una mostra fotografica nel senso comune del termine. (…) Le immagini sono state scelte in base all’efficacia con cui illustravano il tema”, scrisse il titolare della rubrica Camera View del “New York Times”[36], identificando uno dei nodi problematici del progetto dallo specifico punto di vista della cultura fotografica, vale a dire quello della subordinazione (dell’annullamento quasi) del ruolo autoriale del fotografo. Una posizione  già rilevata e criticata da Beaumont Newhall, ancora curatore del Dipartimento di  fotografia del MoMA, quando a proposito di Road to Victory lamentava  che la  prevalenza del discorso curatoriale sull’autorialità delle immagini avrebbe vanificato l’impegno  sino a quel momento sostenuto per ottenere il riconoscimento da parte del museo della fotografia come mezzo espressivo e artistico[37].  Il successivo intervento critico dedicato a FoM, a firma di Phoebe Lou Adams, assumeva un tono amaramente ironico per criticarne l’impianto  ideologico, a partire dalla constatazione che “la dignità dell’uomo è sopravvissuta a così tanti errori in passato che probabilmente non è in grave pericolo a causa della dedizione del signor Steichen e dei suoi colleghi. (…) Il metodo adottato circoscrive gli argomenti alle attività più semplici e lo scopo esclude la comparsa di ribelli o dubbiosi.  (…) Il passo successivo consiste nel  dimostrare che l’umanità è tutta buona. Il male deliberato è stato accuratamente escluso; ci sono morti, ma nessun assassino. (…) [La presenza di] tutti questi testi è piuttosto sorprendente, poiché ci si aspetta generalmente che le immagini parlino da sole, ma i progettisti di “The Family of Man” non concedono spazio agli errori casuali. (…) Se l’incantesimo benintenzionato del signor Steichen non funziona, può essere solo perché è stato così concentrato sulle somiglianze fisiche che uniscono “La Famiglia dell’Uomo” da aver trascurato di evocare le credenze e le preferenze intangibili che dividono gli uomini in paesi, partiti e clan”[38].

Questi due interventi vennero ampiamente ripresi nel numero estivo di “Aperture”, la prestigiosa rivista fondata nel 1952 che rappresentava le poetiche e le posizioni critiche di un gruppo di autori e intellettuali che ruotava intorno a Beaumont Newhall. La presentazione dedicata alla “controversa famiglia dell’uomo” apriva con questa significativa definizione: “The Family of Man è una mostra proprio bella, un termine statistico, un successo al botteghino e per il critico dimostra quanto velocemente il latte dell’umana  gentilezza si possa trasformare in stucchevole sentimentalismo”[39]. Non dissimile l’opinione del giovane Hilton Kramer, per il quale  “come spesso accade nella nostra cultura quando l’arte si abbandona al giornalismo, la sua modalità di espressione assume una chiara connotazione ideologica: in questo caso, una connotazione che incarna tutto ciò che di più facile, astratto, sentimentale e retorico c’è nell’ideologia liberale. (…)  The Family of Man è dunque una riaffermazione in termini visivi di tutto ciò che è stato screditato nell’ideologia progressista”[40].  Erano per molti versi le stesse retoriche sulle quali si sarebbe appuntata l’attenzione di Roland Barthes, che  ne avrebbe criticato, come dire, l’idealismo strutturalista, “quel mito ambiguo della «comunità» umana, il cui alibi alimenta tutta una parte del nostro umanesimo. (…) Tutto, contenuto e fotogenia delle immagini, discorso che le giustifica, mira a sopprimere il peso determinante della Storia: siamo trattenuti alla superficie di una identità, impediti dalla stessa sentimentalità a penetrare in quella zona ulteriore dei comportamenti umani dove l’alienazione storica introduce quelle «differenze» che qui chiameremo molto semplicemente «ingiustizie». (…) Ma se si toglie loro la Storia, non c’è più niente da dire, un commento diventa puramente tautologico: lo scacco della fotografia  mi sembra qui flagrante: ridire la morte o la nascita non insegna letteralmente niente “[41]. Una critica ideologica, politica in quanto semiotica, che bene esemplifica quando scritto programmaticamente in chiusa della nota alla seconda edizione francese,1970, delle sue Mythologies: “niente denunce senza il loro sottile strumento di analisi, niente semiologia se non finisce per assumersi come una semioclastia.”[42]    Ciò che pareva essere inadeguato nella ricezione immediata di FoM era proprio la disponibilità di appropriati  strumenti critici, che l’adesione incondizionata alle retoriche di quel discorso non richiedeva neppure di mettere in atto. Così espressero il loro favore e apprezzamento non solo intellettuali  come André Maurois[43] o Max Horkheimer (1958), ma molte testate di sinistra sia statunitensi che europee  – nelle specifico francesi come  “L’Humanité” o “ Les Lettres Françaises”[44] –   mentre l’edizione londinese della mostra nel 1956 avrebbe ispirato a Karl Dallas, pacifista e militante comunista, l’omonima canzone[45]:

“I belong to a family, it’s the greatest on earth;
A new one every day is coming to birth.
My name isn’t Johnny, or Jimmy, or Joan.
It’s a name everyone can be proud we own.”

 

La ricezione italiana, a noi più accessibile, fu più sfumata e variata nel tempo, a partire da quella che non si può definire altrimenti che una non notizia. Nel febbraio del 1955 – a mostra in corso –  Lionello Venturi dedicava un lungo articolo al MoMA[46]  senza farne cenno, neppure dal punto di vista della pura cronaca,  così che – diversamente da quanto accadeva in altri paesi europei,  dove l’evento si guadagnava la copertina di un  importante periodico come “Du”[47] – in Italia fu un quotidiano del pomeriggio come il milanese “Corriere d’informazione” a darne notizia con un articolo di Leo G. Wollenborg[48],  che celebrava lo “scopo di questa mostra unica nel suo genere (…)  di offrire testimonianza della fondamentale unità del genere umano. (…) È questo il messaggio che, accanto all’ammirazione per la concezione e l’organizzazione della mostra e per l’altissima qualità artistica di tutte e di ciascuna delle fotografie, rimane impresso nello spirito del visitatore. (…) E dall’America ancora – con uno di quei gesti di coraggiosa umiltà e condanna dei propri errori che fanno, più dei grattacieli e dei milioni di automobili, la vera grandezza umana di un popolo – viene l’immagine atroce del linciaggio di un negro. Accanto a questo deplorevole episodio di isolata violenza (che del resto non si ripete più da molti anni), altre immagini di violenza organizzata: soldati nazisti ; (…) carri armati sovietici (…).”  Di questa lettura consonante che  ne mostrava però anche i meccanismi, colpisce il richiamo a una delle fotografie più drammatiche e problematiche della prima edizione (qui descritta nella tappa di Washington) poi espunta dalle edizioni successive  e dallo stesso catalogo, pubblicato solo a giugno (Kramer 1955): quella del linciaggio  di  Robert ‘Bootjack’ McDaniels[49] realizzata da  Rudolph Vetter il 13 aprile 1937 a Duck Hill, Mississippi[50]. Seguiva di poco un’ampia recensione – non di prima mano – di Franco Cocchi su “Ferrania”[51], ampiamente ricavata dal numero di febbraio di “Life” anche per le gustose notazioni aneddotiche, ma priva di apparato fotografico. L’aderenza al progetto era assoluta ma accentuandone la specificità fotografica e il suo significato, poiché “con l’avvento della fotografia, «qualcuno» si dedica a documentare una piccola parte di questa attività per la quale l’uomo crede di vivere. (…) [però] pochi, pochissimi, sanno «veramente» illustrarla imprigionandone l’essenza, l’umanità, la vita com’è, e non come la si farnetica oggigiorno.” La prova più riuscita in  tal senso risultava essere, conseguentemente, la mostra curata da Steichen, della quale Cocchi celebrava il successo a suo  parere riconosciuto dalla “critica di tutta la stampa americana ed estera”, disconoscendo così le autorevoli voci dissonanti sopra ricordate ed anzi presentando il catalogo come un testo che avrebbe dovuto “essere portato a conoscenza del grande esercito dei fotografi di tutto il mondo – in modo particolare per quelli italiani -. Un insegnamento del genere non può andare disperso; non può essere sconosciuto; non può non fare «testo». Tutti abbiamo bisogno di «vedere» quelle fotografie.  Altrimenti, è meglio smettere di fotografare e soprattutto di scrivere sulla fotografia.”

Dopo quella di Stefano Bricarelli sulle pagine del “Corriere fotografico”[52], un’altra  segnalazione italiana comparve nell’autunno su di una interessante rivista di ridotta circolazione come “Prospetti”[53], a firma di  F.W. Dupee[54],  docente alla Columbia University e critico letterario della “Partisan Review e della “New York Review of Books”, che nella sua Lettera da New York ricordava che “la primavera scorsa Steichen [era]  stato il presentatore di una vasta mostra di lavori fotografici, non suoi, che si è rivelata il successo di sorpresa di quest’ultimo tempo. Intitolata The Family of Man la mostra restò aperta diverse settimane al Museum of Modern Art, dove ogni giorno si adunavano grandi folle a ridacchiare e sospirare sulla irresistibile registrazione fotografica della vita. (…) «Ogni uomo porta l’impronta intera della condizione umana». Questo era il tema piuttosto impegnativo della mostra e come Steichen sia riuscito a non farla essere un semplice esercizio di antropologia sentimentale è il suo segreto. (…) In un mondo così ferocemente diviso, la possibilità di allusioni politiche deve esser stato un fastidio per Steichen. Ha risolto la questione dando ai Russi e agli altri del mondo comunista il beneficio del dubbio. Scene di quei paesi erano umane nel senso più ampio; i commenti più salaci erano riservati per scene americane o per quelle di paesi amici che hanno una riconosciuta tradizione di autosatira. (…) Nella mostra di Steichen la famiglia umana sembrava avere i suoi rami più  o meno simpatici.” Il tono è leggero, quasi stupito, certo lontano dalle puntuali e puntute osservazioni dei critici statunitensi che in parte ritroviamo in un articolo di Beaumont Newhall pubblicato alcuni mesi dopo sulla stessa rivista[55]. Un testo  che sotto il  tono pacatamente diplomatico  lascia emergere chiare tracce del conflitto tra i due successivi responsabili del Dipartimento di Fotografia del MoMA. “Nel 1955, sotto la direzione di Edward Steichen, il Museum of Modern Art presentò un genere di mostra del tutto diverso, in cui si dava all’effetto complessivo maggior importanza che non alla personalità del fotografo. (…) La presentazione di questa mostra a soggetto è stata brillante e spettacolare; si fecero ingrandimenti imponenti appesi a metà sala in modo da dare la sensazione della tridimensionalità allo spettatore. Il catalogo della mostra diventò un best-seller.” Newhall, che non ne condivideva assunti e metodi, richiamava però due aspetti fondamentali della mostra curata da Steichen, entrambi relativi all’universo della comunicazione di massa piuttosto che non della cultura fotografica, vale a dire l’enorme diffusione del catalogo  e la presentazione “brillante e spettacolare”; un elemento questo che,  almeno per quanto è possibile ricostruire dal caso italiano, non avrebbe caratterizzato  le successive dieci differenti versioni della mostra prodotte sino al 1962 dalla U.S. Information Agency, circolanti in trentotto nazioni e gestite localmente dalle sedi distaccate dello U. S. Information Service,  nell’ambito di una politica diplomatica che, nel contesto della Guerra Fredda, si prefiggeva di “comprendere, informare e influenzare il pubblico straniero nella promozione dell’interesse nazionale e ampliare il dialogo tra gli americani e le istituzioni statunitensi e le loro controparti all’estero”[56].

Prima tappa italiana  a Roma, a Palazzo Venezia, dove venne esposta dal 5 al 25 novembre 1956, col titolo La famiglia dell’uomo. Mostra dell’umanità nel mondo. Quella versione, per quel che è dato comprendere dalle poche immagini disponibili[57], rinunciava alla dinamicità totalizzante di tradizione Bauhaus[58] che aveva segnato le collaborazioni di Steichen con Herbert Bayer e poi con Paul Rudolph, allievo di Walter Gropius a  Harvard,a favore di un allestimento molto più standardizzato e uniforme che  Attilio Bertolucci[59] gustosamente definiva “di gusto fra scuola modello e fiera campionaria” sulle pagine de “La Fiera letteraria”, invitando  i suoi lettori a  sorvolare “sulle citazioni letterarie solennemente ingrandite ed impaginate a ideali didascalie (…) ; rassegnatevi alla mancanza, altrettante voluta (oh, malintesa universalità dell’arte!) di indicazioni utili, umili magari, sugli espositori. Ma entrate – proseguiva –  e guardate, guardate (…). Alla fine avrete gli occhi un po’ stanchi e la testa confusa, magari un tantino sazia, come per avere ingerito troppe buone cose una dopo l’altra. Però, che messe di immagini commoventi e istruttive, anche a saltare tutti i pezzi effettati, per dirla con un linguaggio dei fotografi. E fra questi pezzi ci metterei non solo i, fortunatamente rari, paesaggi in controluce, ma anche certi ormai stanchi esiti di neorealismo a base di vecchine rugose, minatori lustri di sudore e via. (…) Quanto al fine pedagogico della mostra, speriamo che riesca davvero ad avvicinare, anche appena di qualche centimetro in più, gli uomini d’ogni razza e fede. Se ne sente proprio il bisogno, in questi giorni.”  Questa chiusa costituiva la sola eco, lontana, del dramma della rivolta antisovietica di Budapest[60] ancora in atto, che stava determinando  profonde crisi di coscienza tra molti militanti, sindacalisti  e  intellettuali comunisti che si posero in netto contrasto con le posizioni ufficiali del partito e del suo segretario Palmiro Togliatti; nessuno però colse quell’occasione – per quanto minima – per dimostrare e confermare quanto il modello democratico umanitario potesse essere   vincente rispetto a quello  totalitario. Più circostanziata la recensione di Antonio del Guercio[61], che riconosceva come la mostra  “più che di una rassegna dell’arte fotografica nel mondo [fosse]  un’espressione della cultura americana e non solo per la prevalenza del materiale statunitense, ma per la concezione che ha presieduto alla scelta e alla presentazione dei pezzi. (…) è dunque il sempre vivo filone democratico e populistico della cultura americana ad esprimersi nella mostra  [e ] le immagini fotografiche confermano questo giudizio. (…) E non a caso, dalla complessa tematica di questa mostra dal titolo ambizioso ( ingenuamente ambizioso), emergono e s’imprimono con forza nella mente del visitatore i capitoli dedicati agli aspetti della vita quotidiana della gente comune; mentre tutto ciò che si affida al simbolo o alla metafora appare sfocato e generico.”  Soddisfacendo le intenzioni  programmatiche di Steichen fu proprio la retorica del messaggio ad avere il maggiore impatto sull’opinione pubblica italiana, come indica il fatto che il tema d’esame di lingue straniere alla maturità dell’anno successivo richiedesse la traduzione di questo testo: “Tutti gli uomini sono fratelli. Le differenze di linguaggio, di colore, di patria, sono differenze accidentali (…). Come una sola è la famiglia umana, una sola è la patria di questa famiglia: la terra”[62]. Ancora dalle pagine de “La Fiera letteraria”  un altro poeta, Alfonso Gatto[63], avrebbe offerto le proprie riflessioni sulla fotografia, forse sollecitato dall’esempio di questa mostra: “La fotografia parla chiaro ormai con la fulminea velocità degli sguardi, ha rotto l’impedimento delle lingue tra loro incomprensibili, avvicina i luoghi remoti degli atlanti, i puntini del cielo, le curve del pianeta su cui poggiamo i piedi. (…) Esiste ormai sulla terra questo infinito sepolcro bianco e nero la cui fissità è così viva da animarsi. (…). La nostalgia e la rimembranza restano a abitare le lapidi di carta ove è scritta la nostra storia. Un’infinita parola di pace si suggella sulle immagini più aggressive e più impervie: all’orizzonte, il senso di una infinita pianura ove passeggiamo ricordando d’esser vissuti. Ma nei libri, nelle mostre, alcune fotografie uscite sugli [sic] sterminati colombari degli archivi e dei cassetti espongono il segno vittorioso della propria presenza. (…) Così dal racconto delle immagini in bianco e nero restano a vivere solo quelle che attraverso uno spoglio inesorabile resistono a una successiva visione, aumentando col passar del tempo il proprio significato, l’incantesimo evocativo, ampliando nel documento il significato di una testimonianza che da particolare si fa universale, da racconto emblema.”

Trascorsero tre anni prima che  FoM venisse riproposta in altre città italiane, a partire da Milano dove venne ospitata al Padiglione d’Arte Contemporanea dal 18 febbraio al  22 marzo 1959, accogliendo circa 24.000 visitatori, per iniziativa, tra gli altri, di Lamberto Vitali che ce ne ha lasciato una interessante documentazione fotografica[64].  La mostra,  accompagnata da un opuscolo[65] che oltre all’introduzione di Max W. Kraus, direttore della sede milanese dell’USIS, comprendeva la traduzione dei testi di Steichen e di Carl Sandburg presenti nel catalogo del MoMA, non riportava però l’elenco delle fotografie, presentare in mostra direttamente a muro o su pannelli rigidi opachi,  disposte su più file e quindi anche, in certi casi, di difficile lettura, come indicano acutamente proprio le fotografie realizzate da Vitali. La notizia era stata anticipata dal “Corriere d’informazione”[66], che annunciava l’arrivo dei “503 pezzi della documentazione sulla vita della famiglia dell’uomo (…)  che sarà presentata in una mostra, organizzata dal celebre pittore-fotografo americano, Edward Steichen (…). La collezione di fotogrammi riprodotti su pannelli di varie dimensioni, alcuni dei quali di diversi metri quadrati, si intitola, appunto, «La famiglia dell’uomo». (…)  Con il mezzo modernissimo della fotografia la mostra sviluppa il concetto della fratellanza umana, dell’amore verso i propri simili.”  “Certo è che la fratellanza perorata e documentata a raggio universale, in un’epica dove non tramonta il sole, non stenta a trovare il pubblico e il successo”, commentava qualche settimana più tardi un collega del “Corriere della Sera”[67], con una lieve nota critica che solo vivacizzava un testo  di sostanziale condivisione dell’assunto e di celebrazione “dell’arte fotografica [che]  si compiace degli «exploits » dei più famosi artisti dell’obiettivo, ma anche il caso, anche i dilettanti hanno la loro parte. La psicologia naturalmente fa da musa, spesso accidentale, delle istantanee più irresistibili, la sapienza estetica, nelle diverse tecniche fotografiche e nei gusti più disparati, basterebbe già sola a far della Mostra un evento artistico senza precedenti. Ma più o meno belle che siano le foto – e molte sono rivelazioni – l’arte vuol essere presente nella orchestrazione complessiva, nella immaginazione che ha fatto da tessuto connettivo di questi lembi di storia umana carpiti all’attimo fuggente in ogni angolo della terra.”

La tappa successiva fu Torino, dal 28 aprile al 17 maggio 1959, nella prestigiosa sede di  Palazzo Madama poiché la Gallerie d’Arte Moderna sarebbe stata inaugurata solo il 31 ottobre successivo.  L’iniziativa fu del direttore dei Musei Civici  Vittorio  Viale, che ne aveva apprezzato “l’alto ideale e la stupenda ed artistica realizzazione a cura del celebre fotografo Edward Steichen”[68], sempre in collaborazione con la sede locale dell’USIS[69].  Quella “memorabile testimonianza del nostro tempo realizzata dal Museo d’Arte Moderna di New York”, come recitava la locandina dell’edizione torinese, avrebbe avuto ben “40 267 visitatori, con punte di 6-7000 persone nei giorni festivi”[70],  godendo del  massimo sostegno de “La Stampa”, il maggior quotidiano locale, di proprietà FIAT, e il secondo per importanza a livello nazionale, che già nel marzo di quell’anno (a mostra milanese ancora aperta, ma senza citarla) pubblicava un articolo del critico cinematografico  Mario Gromo[71]  nel quale si riproponevano per l’ennesima volta, ma per un pubblico in parte nuovo, le notizie relative alle fasi di progettazione e realizzazione dell’esposizione e un sinteticissimo profilo biografico del curatore: “il decano del fotografi americani. Da giovane aveva cominciato come pittore; ma poi, fotografa oggi, fotografa domani, si trovò, quasi senza accorgersene, a possedere una bravura semplicemente invidiabile.”  Più articolato il contributo  pubblicato sullo stesso quotidiano il giorno dell’inaugurazione torinese, a firma di Marziano Bernardi[72]. Anche il critico d’arte  ripercorreva la genesi progettuale destinata a illustrare “la «famiglia dell’uomo» intesa nel duplice senso di classificazione scientifica e di categoria morale”, ma in chiusura spostava  il nucleo della propria riflessione in un ambito più suo proprio, legato al contrasto allora vivissimo tra figurazione e astrazione: “In fondo, tutto ciò non è altro che la storia della vita umana, la medesima che da Omero in poi tutti I poeti, tutti i romanzieri, han tentato di narrare, e che in un’epoca «visibilistica», in una «civiltà delle immagini» quale è la nostra d’oggi, era giusto fosse rappresentata appunto con una serie d’immagini quasi tutte stupende nella loro evidenza realistica (è fotografia, non pittura), convincenti, esaltanti. Superfluo citare titoli e temi, autori e nazioni. Nella magnifica gara si può dire che tutti sian vincitori. Piuttosto la mostra pone implicitamente altri problemi. Qui la materia è tutta viva, palpitante; è tutta nostra, fin nei riferimenti alla scienza nucleare; è della nostra «dimensione » intellettuale e morale. Moderna, dunque, anzi attualissima. Perché questi soggetti tanto stimolanti non tentano i pittori? Perché (solita risposta) «c’è già la fotografia »? Ma le sue possibilità d’interpretazione della realtà sono limitate dal mezzo tecnico. Illimitate sono invece quelle della pittura, quando non si smarrisce nell’astrazione.”

Allo stesso Viale si doveva il  progetto di riallestimento torinese, visibile nelle fotografie conservate presso l’Archivio Fotografico della Fondazione Torino Musei. Rispetto alle due precedenti edizioni italiane qui il percorso si sviluppava più libero e affascinante, ma anche problematico poiché  gli spazi barocchi del piano nobile di Palazzo Madama erano quanto di più lontano dal white cube nel quale si svolgeva l’edizione originaria, in parte preservato nella versione del PAC. L’avvio era scenografico, con le stampe di Wynn Bulloch e Dmitri Kessel che aprivano la mostra collocate in testa allo scalone juvarriano, per  accogliere il visitatore obbligandolo all’ingresso. Anche qui – come nelle altre edizioni italiane – le stampe erano disposte su pannelli collocati al centro e lungo le pareti secondo linee spezzate che rendevano un poco più dinamico l’allestimento, ma ciò che mutava radicalmente erano le relazioni di contesto; il contrasto inevitabile tra le pannellature sobriamente moderniste, l’emotività delle immagini esposte e le volte affrescate, gli stucchi e le tappezzerie che decorano le sale, rendevano l’insieme quasi surreale. Anche le grafiche di comunicazione della mostra avevano  una loro particolarità, così se la locandina si affidava ancora all’immagine guida di Eugene V. Harris (Flute Player), il cartoncino d’invito utilizzava la parte destra della scena ripresa in Francia dal mitico ingegnere del suono e fotografo amateur  Fred Plaut ; scena poi mostrata nella sua interezza nel manifesto progettato da Max Huber[73].

La doppia presentazione italiana del 1959 (nulla sappiamo delle previste tappe di Firenze e Palermo, pur indicate da alcune fonti),  sollecitò la produzione di una serie di articoli di “Progresso fotografico”, a partire dal numero di marzo[74] nel quale si notava come “questa Mostra non [fosse] una semplice raccolta di fotografie più o meno belle e interessanti. Essa racconta una storia, una storia comprensibile a tutti, perché è quella di tutti gli uomini; essa ha un principio e una fine, ed è quindi importante vederla nella sequenza prevista dagli ordinatori. (…) Di sezione in sezione, il visitatore viene poi accompagnato attraverso l’esistenza terrena dell’uomo.” L’argomento venne ripreso, con identico titolo,  nel successivo numero di agosto[75], celebrandola come  “la massima manifestazione dell’arte fotografica da quando quest’arte esiste. La sua immediatezza narrativa e la sua potenza emotiva sono ineguagliabili. Le parole non potrebbero raggiungerla. (…) Nella lunga serie di fotografie che riproduciamo nel Progresso Fotografico a vantaggio di chi non ha avuto la fortuna di visitare la Mostra (…) dovremo aggiungere una integrazione sotto forma di didascalie. E al povero commentatore che le deve scrivere tremano le mani. (…)  Ci si accorgerà come divengono retoriche, quasi sacrileghe, le parole di fronte all’imponenza di una narrazione figurata come quella realizzata nella «Famiglia dell’Uomo ». Le immagini sono immediate, dicono quello che devono dire in maniera diretta, senza sbagliare, senza creare malintesi. Ma noi, abituati di più ad intendere parole, forse non sempre sappiamo leggere nelle immagini e sbagliamo quindi là dove errore non dovrebbe esserci, spesso proprio perché vogliamo qualificare con parole ciò che si può solo «sentire » e non dire.” La pubblicazione di immagini commentate tratte dal catalogo proseguì nei mesi successivi, configurandosi come una interessante iniziativa che, di fatto, spostava  l’attenzione del lettori dall’analisi del discorso generale alle singole immagini proposte; occasione di didattica fotografica per il proprio pubblico di fotoamatori svolta mediante note descrittive ma soprattutto analisi  compositive ed espressive (taglio, inquadratura, illuminazione, tonalità).

Un ampio richiamo alla mostra costituiva l’avvio della riflessione estetica che Giuseppe Cintoli dedicava a Un secolo di fotografia sulle pagine della rivista olivettiana “Comunità”[76]: “Sono parecchi mesi da che si è tenuta a Milano la mostra The Family of Man. (…)  Qui capita di parlarne solo adesso, per dire del preciso interesse che il volume presenta, ma anche per cercar di rendersi conto di alcune cose. C’è da notare subito che iniziative come quella di Steichen ci trovano impreparati, e gli entusiasmi del nuovo che esse provocano finiscono per annegare nella generale cupidigia di convenzione. Ma non c’è da stupirsene. Non c’è da stupirsi della lentezza che culturalmente mostriamo a impadronirci di nuovi strumenti. Tutto sommato, la piccola fortuna della fotografia (e la grande fortuna del cinema) si riduce a quel tanto di scandalistico o di carezzevole o di pubblicitario che vi troviamo, Arte? Non arte? (…) «The Family» ha la forza di penetrazione e la lucentezza di uno strumento ben oliato; non si può dire che le abbia solo in virtù dei grossi nomi che vi operano. Perché può accadere che un big cerchi l’identica cosa, o l’identico ordine di cose, che cerca il piccolo fotografo sperduto nella propria domenica di vacanza. E può accadere di far centro tanto all’uno che all’altro.”  La letture proseguiva accurata e attenta, quasi foto per foto, citando  e qualificando (cosa rara) i singoli autori, per riconoscere infine che “Steichen non si limita a mostrarci un’umanità in astratto, ma colta nella sua verità biologica. E il filo che lega il racconto, prima di far leva sulle idee generali, fa leva su una comune animalità. La radice sessuale, la radice fisiologica: ecco il primo rapporto di fratellanza. (…)  L’universale modo di essere nella storia, pur nella semplicità degli atti quotidiani; cui si aggiunge una assenza di discriminazione tra il brutto e il bello.” Una lettura criticamente consapevole ed empatica, che costituiva l’opposto dell’interpretazione di Roland Barthes.  

Mettendo in secondo piano gli assunti tematici e i loro possibili significati, la cultura fotografica italiana coglieva semmai l’occasione della mostra per riflettere sulle più circoscritte  questioni relative  alle pratiche, ai generi fotografici e soprattutto alla figura del fotografo in quanto categoria sociale e professionale; culturale quindi. Durante il convegno di Sesto San Giovanni del 1959, Paolo Monti aveva ricordato   “quella sera quando [Pietro]  Bianchi, alla mostra della Famiglia Umana, voleva sostenere che la fotografia in Italia ha un peso enorme. Non è affatto vero. La fotografia in Italia oggi sta sempre al secondo posto, molto dopo la cultura letteraria [che] però  ha la pretesa di essere qualche cosa di più di una cultura empirica alla quale appartiene anche la fotografia a meno di non arrivare proprio ai valori più alti”[77]. In un intervento allora rimasto inedito Monti avrebbe sviluppato le proprie riflessioni soffermandosi  in particolare sulla fotografia di reportage, che nel contesto italiano aveva ancora bisogno sia di essere difesa come forma espressiva (“Arte? Non arte?” ricordava Cintoli)  contro le diffidenze fotoamatoriali, sia – come notava Zannier –  di essere riconosciuta come pratica autoriale  contrastando “la consuetudine con cui parecchi dei nostri giornali illustrati trascurano di firmare le immagini col nome del fotografo, come viene usualmente fatto  per gli articoli. Dimenticanza?”[78].

“Negli ultimi tre anni – scriveva Monti[79] – si sono avute in Italia molte occasioni di discorso  – e talune di grande rilevo – sulla fotografia di reportage (…)  l’evento più importante, e diremmo riassuntivo, ci sembra la mostra The Family of Man[80], dello scorso gennaio, che si impose all’attenzione non solo dei fotografi, dei critici e in generale delle persone di cultura, ma anche di folle considerevoli liete di penetrare il facile senso universale di questa esposizione così tipicamente americana  (…). Eppure questa mostra che raccoglie il meglio dei fotografi di tutto il mondo (Italia esclusa!) mentre ci dà una prova esemplare della forza documentaria ed emotiva della fotografia di reportage, ce ne indica i limiti insuperabili. (…) Perché se è possibile documentare visivamente i bisogni e i sentimenti elementari degli uomini, le loro attività materiali (…)  è quasi impossibile mostrarci le loro idee, le loro fedi (…). Tutto questo mondo degli uomini sfugge all’obiettivo che sarà pronto invece a darci le immagini finali: la violenza e la morte, eventi che ci sembreranno quasi senza ragione, inevitabili perché mille volte ripetuti e sopportati”[81].  ” In Italia si è scritto della fotografia di reportage in termini spesso generici – proseguiva Monti -, cercando anche una sistemazione estetica di queste immagini di fronte alla cosiddetta fotografia d’arte. Ma per la nostra cultura la questione più urgente è di indagare quali sono le vere, autentiche e autonome possibilità espressive e documentarie del reportage, sia in una teorica situazione di ideale e totale libertà di pubblicazione, che nelle varie situazioni politiche e sociali. Definire la posizione del reporter nel mondo attuale, i suoi rapporti con l’attività dell’editore, del redattore dei testi che accompagneranno le sue foto; necessità che il reporter intervenga nella impaginazione, cioè nella lettura successiva delle sue immagini, ecc. Problemi che non sono tecnici ma di fondo perché condizionano tutta l’attività del reporter quindi la sua validità e la sua efficacia come «testimone del nostro tempo»[82].

Ancora a guerra in corso era stato Federico Patellani (1943) ad affrontare il tema delle “fotografie che documentino il lettore”, ma solo nel dopoguerra il tema sarebbe stato affrontato in modo più sistematico, con metodi e finalità diverse, a partire da quel gruppo di amici che sin dal 1946 si era riunito intorno a Luigi Crocenzi per “raccogliere e studiare libri di fotografia e di cinema, riviste e settimanali, per studiare i fotoreportage”[83]. Nel decennio successivo il confronto sarebbe stato diretto; condotto attraverso mostre quali la I Mostra Internazionale Biennale di Fotografia che si tenne a Venezia tra aprile e maggio 1957,  organizzata da Romeo Martinez, Monti e Crocenzi, dove la novità era rappresentata non tanto dalla sezione dedicata alla Fotografia europea,  ma da quelle riservate ai fotografi di Vogue e della Magnum[84]. Lo stesso   Monti che in altre occasioni aveva espresso giudizi fortemente critici nei confronti del “reportage giornalistico di tipo americano che, al di fuori dell’uso contingente cui è destinato, non può essere accettato senza qualche riserva anche nei suoi rappresentanti migliori, come Cartier-Bresson”[85], ora si augurava che la mostra  “fosse occasione, per la critica italiana, di un vasto studio sulla fotografia di reportage: essa ci porta una testimonianza della condizione umana nei più lontani paesi ed anche di quelli che noi crediamo di conoscere perché in essi viviamo”[86].  In quelle immagini riconosceva “il fascino delle cose vere, delle cose viste, vissute, patite. La realtà e la vita ci vengono incontro perentorie, ci chiedono la nostra partecipazione, il nostro amore o il nostro sdegno, sempre la nostra comprensione di uomini. Tale è la suggestione di queste immagini che subito dobbiamo difendere il nostro desiderio di verità ed opporre la critica al sentimento: una domanda ci tormenta: “Cosa ha potuto vedere il fotografo e cosa non ha potuto? Fin dove è imparziale la sua verità?  Il problema cessa di essere tecnico ed estetico per diventare morale, sociale e politico perché è, infine, un problema di libertà.”[87]

Anche per  Italo Zannier “i reporters dell’agenzia «Magnum» [erano] venti artisti-fotografi di tutto il mondo destinati a scrivere la nostra storia più intima e fuggevole”, così che “se qualcuno sin’ora aveva dei dubbi sulle possibilità autonome e complete del linguaggio fotografico, nel visitare questa rassegna certamente è portato a rettificare le sue convinzioni”[88].  La valorizzazione delle possibilità espressive, quindi autoriali,  del reportage costituiva non solo una mossa strategica nel confronto vivace con l’universo salonistico, nel cui ambito ci si lamentava che “la bella fotografia, che prima era in gran parte opera di dilettanti (…) è passata in forte proporzione nelle mani dei professionisti e specialmente dei foto-reporters”[89], ma definiva una poetica per noi nuova, per la quale il confronto con la realtà costituiva il fronte avanzato della nuova fotografia italiana[90] e configurava  un  nuovo orizzonte di comunicazione e quindi di possibilità di azione (di essere agenti) dei fotografi. Zannier aveva già affrontato l’argomento  nel catalogo della mostra  dedicata a 26 fotografi italiani sottolineando il fatto che  “la funzione dell’immagine fotografica non trova limite in sé stessa, nel rettangolo di carta emulsionata, ma la sua funzione – specifica, vitale, necessaria – è di ‘comunicare’ con il grosso pubblico, di riproporre a quanti più uomini possibile, ciò che il fotografo aveva descritto visivamente in una inconfutabile rappresentazione della ‘realtà’. (…)  Addirittura termini come «réportage»,  «fotoréporter», «documentarismo», ecc., vengono usati in senso del tutto dispregiativo e limitativo di un mestiere che si ritiene adatto e necessario solamente a tenere «aggiornato» il lettore. Ma quale altra funzione è da attribuirsi alla fotografia se non quella di «documentare», di «aggiornare»; perché temere o ignorare il vero significato di questi termini? «Documentare» non significa certo riprodurre «oggettivamente»; nessuna «obbiettività» è possibile se è l’uomo, con i suoi  mutevoli sentimenti, artefice dell’immagine. (…) Perché negare quindi al réportage quella poesia di cui almeno potenzialmente può godere e ritenerlo succubo dei fatti, della cronaca più esterna e superficiale?” [91] 

Nel 1954 Albe Steiner, in una famosa lettera a “Lavoro”, il settimanale della CGIL, aveva dichiarato  che “l’osservazione attenta di quanto ci circonda (…) costituisce il nuovo soggetto, la fonte di ispirazione più fresca. (…) Il tipo di fotografia cambia se cambia il soggetto, cioè se cambia il contenuto”[92], seguito per molti versi da Ando Gilardi,  che al convegno di Sesto San Giovanni aveva ricordato come “la società e il mondo in cui viviamo si offrono a varie scienze come immenso campo d’analisi e di registrazione: la fotografia rappresenta uno strumento ideale, moderno e inimitabile, per misurare l’uomo e la sua condizione servendosi delle immagini”[93]. A scorrere altri  interventi italiani di quegli anni[94] si direbbe che la discussione intorno al valore e alla funzione del reportage fotografico non fosse però altro che l’ennesima riproposizione sotto mentite spoglie dell’annosa questione del valore artistico della fotografia, qui centrato sul nuovo e quasi pervasivo genere. Un dibattito più arretrato che di retroguardia, che impediva di cogliere non tanto le problematicità degli assunti di fondo (di fatto extrafotografici) quanto le criticità specificamente fotografiche,  di cultura fotografica di un progetto come FoM . La mostra venne intesa e  letta come la dimostrazione, il definitivo riconoscimento del valore del fotoreportage mentre si trattava con tutta evidenza di una negazione di quella pratica e di quelle modalità narrative: le fotografie esposte erano estrapolate dal loro contesto di produzione ed eventuale prima pubblicazione; stampate in modo uniforme e a volte tagliate per corrispondere alle esigenze narrative del discorso curatoriale, mettendo di fatto in secondo piano e quasi negando la figura dell’autore. Ciò che i fotografi italiani non compresero fu che FoM poteva difficilmente essere considerata una mostra di fotografie, da discutersi fotograficamente – ciò che quasi non avvenne-, ma una mostra con fotografie, non diversa tipologicamente  da altre analoghe esposizioni a tema. E forse era propri così: Antonio Arcari, 1961, che pure affrontava alcuni nodi della formazione, della qualità e dei problemi del fotoreporter (e del fotoreportage), non faceva alcun cenno a FoM.

Ancora non conosciamo a sufficienza consistenza e contenuti delle biblioteche e archivi documentali dei fotografi italiani del secondo dopoguerra, quindi possiamo far conto su scarsi indizi e poche prove per cercare di immaginare quanti la visitarono e quanto quella mostra e soprattutto quelle fotografie influenzarono e modificarono lo sguardo dei “dilettanti fotografi” italiani degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento[95]. Può darsi – come ha sostenuto Paolo Morello[96] – che dietro certo neorealismo nostrano ci fosse “il desiderio di emulare quella straordinaria raccolta di immagini scelte da Edward Steichen per la mostra The Family of Man“, il cui catalogo sarebbe diventato “immediatamente un punto di riferimento imprescindibile per le molte migliaia di fotografi (…) desiderosi di mostrarsi aggiornati, di adeguare il proprio stile a quella koiné internazionale.” Non lo possiamo escludere; senza dimenticare però che certe informazioni potevano anche giungere per via indiretta: le prime notizie sulla stampa italiana, anche specializzata, non avevano corredo iconografico ma, per converso, il catalogo circolava ben prima delle edizioni di Roma, Milano e Torino. Certo lo possedevano Paolo Monti e un ‘dilettante’ aggiornato e di successo come Stefano Robino, la cui copia porta la data autografa del 2 gennaio 1957,ma anche Alfredo Camisa, che lo citò a  proposito di una possibile influenza di quel modello di “aderenza al soggetto rappresentato” sull’affermarsi della “tendenza realista” in Italia.[97] Se in mancanza di dati ulteriori possiamo supporre che Monti lo avesse acquistato in occasione della tappa milanese, la cronologia relativa a Camisa e Robino pone il problema della circolazione del catalogo indipendentemente dalle occasioni espositive. Possiamo supporre che per il primo la fonte di approvvigionamento fosse la redazione milanese di “Fotografia”, dove “ricevevano riviste da tutto il mondo, ne facevano una montagna e noi le portavamo via in quantità”[98],  mentre per Robino avrebbe potuto essere il Gruppo Fotografi Fiat o la stessa sede torinese  dell’USIS, ma restano ipotesi che sarebbe interessante approfondire estendendo le ricerche ad altri fotografi.

Altre suggestioni e influenze si potevano cogliere ancora nel decennio successivo, quando questo “enorme e meraviglioso fotoreportage di cinquecento e più fotografie di autori diversi, un poema ed un inno alla vita ed alla umanità [era considerato]  la consacrazione definitiva e totale delle possibilità espressive della fotografia narrativa”[99], ma forse la vera influenza di quel modello fu più retorica che strutturale. Fu specialmente il titolo  a costituire un rimando ideale e ideologico: la mostra infatti non influì tanto sulla pratica italiana della fotografia di reportage quanto sull’enorme diffusione di fotografie singole, presentate ai vari concorsi fotografici, che avevano per soggetto e titolo la famiglia[100], in anni in cui il contesto sociale e culturale, politico infine, era certo propizio alla scelta del tema, declinato in centinaia di variazioni dalla pubblicistica generalista dei settimanali femminili come dalla retorica istituzionale e dalla manualistica scolastica sino alla ricerca sociologica[101]. Non dichiarata, ma più che evidente fu invece l’influenza dell’allestimento di FoM sulla definizione del profilo progettuale del padiglione Ferrania, la  più importante ditta italiana di materiali fotografici, per la grande esposizione torinese organizzata nel 1961 per celebrare l’Unità d’Italia (Italia ’61). La  decima sezione del settore italiano, denominata Conclusioni, curata da Monti con Guido Bezzola e Mario Motta,  si presentava infatti come una versione in sedicesimo ma più drammatica e meno consolatoria di FoM, con un allestimento, firmato da Ludovico Quaroni, “di una impressionante severità. Nude strutture metalliche, pareti oscure che si alzano altissime, concentrano l’attenzione del visitatore sui documenti di dolore e speranza che sono registrati su grandi strisce di pellicola fotografica, liberamente pendenti ed ondeggianti nello spazio: una folla di fantasmi, di ricordi, di rimorsi, di speranze che sembrano sorgere dalla coscienza stessa del visitatore”[102].

 

Bibliografia di riferimento

 

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[1] La Bussola, 1947; il Manifesto era sottoscritto da Giuseppe Cavalli, Mario Finazzi, Ferruccio Leiss, Federico Vender e Luigi Veronesi. Fu del’anno successivo la fondazione dell’altro rilevante gruppo fotografico di quegli anni, La Gondola; un  gruppo fotografico senza manifesto ma con una progettualità più strutturata, più precisamente orientata alla crescita culturale della fotografia italiana attraverso la conoscenza diretta delle opere più interessanti del panorama internazionale, specialmente europeo; si vedano Monti 1954, 30 anni 1980.

 

[2] Patellani 1943.

 

[3] Franchini-Stappo, Vannucci Zauli,  1943, p. 106. Si veda anche Vannucci Zauli 1945, che precisava: “Si dovrà perciò opporre al documentario non la fotografia artistica bensì la ‘fotografia’. Un’immagine potrà considerarsi fotografia (…) quando la tecnica usata, qualunque essa sia, ed il soggetto, si risolvono apprezzabilmente nei tre valori specifici nei quali viene a concentrarsi, se l’opera è riuscita, la sintesi: soggetto (l’artista), oggetto (fotografato), che è l’essenza del’arte.”

 

[4] Pavone  1995.

 

[5] Monti 1954.

 

[6] Mostra 1951.

 

[7] Un’ampia selezione delle opera esposte venne pubblicata da Steichen 1953, ma senza concedere alcuno spazio agli autori italiani,  equamente suddivisi tra i membri dell’Unione Fotografica e della Bussola; quindi – conseguentemente – non ne scelse nessuno per The Family of Man.

[8] Da qui  in avanti FoM.

 

[9] “the most ambitious and challenging project photography has ever attempted. The exhibition (…)  demonstrates that the art of photography is a dynamic process of giving form to ideas and of explaining man to man. It was conceived as a mirror of the universal elements and emotions in the everydayness of life—as a mirror of the essential oneness of mankind throughout the world.”, Edward Steichen, Introduction, in Steichen 1955,  pp. 4-5, corsivo di chi scrive. La bibliografia storico critica relativa alla mostra è ormai imponente, quindi almeno per quanto riguarda la sua descrizione si veda  https://www.moma.org/calendar/exhibitions/2429, mentre per le diverse analisi rimando ai testi citati e alla bibliografia in questi compresa. Hanno per prime richiamato l’attenzione sulla sua ricezione italiana Russo  2011,  pp. 167-178;  Paoli 2015.

 

[10] Già inserita da Steichen nella mostra del 1949 al MoMA Sixty Photographs by Six Women, collaborò al progetto a partire dal 1952, redigendo nel gennaio dell’anno successivo A Summons to Photographers All Over the World  nel quale elencava le categorie e i concetti che avrebbero potuto ispirarli; cfr.  Turner 2012.

 

[11] Per I redattori di “Life” 1955 che rilevavano come quell’immane opera di selezione fosse “the kind of thing Life has to do each week, on a somewhat less cosmic scale”, il totale di immagini vagliate assommava a quattro milioni.

 

[12] In realtà – come ha notato Tīfentale 2018 – solo il 4,6% delle fotografie era opera di autori non occidentali,  e la maggior parte proveniva dagli archivi della Farm Security Administration, delle maggiori riviste statunitensi come “Life”,  “Ladies’ Home Journal” e “Vogue”  o dalla Magnum, con ben il 14% di presenze.

 

[13] “Der Analphabet der Zukunft wird nicht derjenige sein, der die Schrift nicht beherrscht, sondern derjenige, der der Fotografie unkundig ist”,  Moholy-Nagy 1928. La notissima affermazione venne parafrasata da Benjamin (1931) 1966, p. 77, senza citarne l’autore, del resto ampiamente ed esplicitamente ripreso da Pittura Fotografia Film poche pagine prima (p. 74). A questo proposito si veda anche Molderings, 2006.

 

[14] Sander [1931] 1978. Si vedano anche le puntuali analisi di Sekula 1981.

 

[15] Benjamin (1931) 1966, p.77, precisava che a un certo punto “deve intervenire la didascalia, che include la fotografia nell’ambito della letterarizzazione di tutti i rapporti di vita, e senza la quale ogni costruzione fotografica è destinata a rimanere approssimativa.”

 

[16] “La cinematografia è l’arma più forte” proclamava Mussolini riformulando la definizione attribuita a  Lenin da Anatolij Vasil′evič Lunačarskij nel  1922,  “di tutte le arti la più importante per noi è il cinema”; cfr. Pisu 2018.

 

[17]  “Photographs do not need translation. They cross barriers of language and illiteracy to bring their message to people everywhere”, scriveva Ahmed Bokh´ari, sottosegretario dell’ONU in La communauté humaine: Album spécial du 10e anniversaire des Nations Unies, citato in Allbeson 2015.

 

[18] “Photography is a visual lingua franca understood on all five continents, irrespective of race, creed, culture or social level… [It] contribute[s] to… the understanding between nations,” Maurice van de Wyer, president FIAP, citato in Tifentale 2020.

 

[19] “For the thousandth time, it must be said that the pictures speak for themselves, wordlessly, visually – or they fail.”, Evans 1957.

 

[20] Monti [1959].

 

[21] Kirstein  1938, p.192.

 

[22] Citato in Finnegan 2015. Dopo la prima edizione newyorchese la mostra divenne circolante per iniziativa del MoMA.

 

[23] Morris 1948. Il servizio venne ripreso da “Heute”, la rivista fondata nel 1945 dalle forze di occupazione americane in Germania nel numero di luglio 1948, col titolo Menschen wie du und ich  (Persone come te e me).

 

[24] Seymour 1949; si vedano anche Children of Europe 1949; Naggar 2022. Non per caso molte fotografie di quella serie vennero utilizzate  nei decenni successivi sia in varie pubblicazioni UNESCO sia in periodici come “Life”, “Heute” e “Illustrated”, per essere poi comprese in FoM.

 

[25] Lettera di Zavattini a Einaudi, citata in Criscione 2019, p. 143, nota 123. Il documento non è citato in Criscione 2020.

 

[26] “Back from the wars, the camera pitches in hopefully on the heroic task of recording new world effort to establish lasting peace”, Downes 1947.

 

[27] Per una sua accurata analisi si veda Röderer 2019. La mostra venne presentata in Italia alla Società Umanitaria di Milano.

 

[28] Human Rights 1950; per la sua analisi si rimanda a Kesteloot 2022. Negli anni successivi lo storico della fotografia Jean Alphonse Keim, che lavorava per il Dipartimento, e Paul Sonthonnax, redattore capo di  Photo-Monde, realizzarono due altri album dedicati rispettivamente a La communauté humaine (1955) ed agli Enfants d’aujourd’hui… Hommes de demain (1956), cfr. Marsh 2017, Blanc 2019.

 

[29] Cfr. Métraux 1951. Il manifesto della mostra conteneva la  dichiarazione di principio Alles was menschenantlitz trägt ist einer mutter kind  (Tutto ciò che ha volto umano è figlio di una madre).

[30] https://modernism101.com/products-page/architecture/hayter-stanley-william-hayter-and-studio-17-the-museum-of-modern-art-bulletin-vol-xii-no-3-august-1944-duplicate-duplicate-duplicate-duplicate-duplicate/

 

[31] Exposition 1930..

 

[32] “During the war I collected photographs and organized an exhibition called “Road to Victory,” and it was that exhibition which gave ideas to the board of directors of the Museum. Here was something new in photography to them. Here were photographs that were not simply placed there for their aesthetic values. Here were photographs used as a force and people flocked to see it. People who ordinarily never visited the museum came to see this. So they passed the proposition on to me that I keep on along those lines.”, Steichen 1948, citato in Phillips 1982. La dichiarazione di Steichen va collocata nel  più ampio contesto conflittuale che si sviluppò in quegli anni all’interno del MoMA tra Steichen e  Newhall,  il quale era reduce dalla insoddisfacente esperienza di Image of Freedom, curata nel 1941 con Ansel Adams, allo scopo di contribuire simultaneamente allo sforzo bellico e alla promozione della fotografia ‘creativa’; si veda O’Toole 2010.

 

[33] MoMA 1951.

 

[34] “Here are photographs with something important to say, and they say it.”, MoMA 1951.

 

[35] Sebbene ciò sia indubitabile, e valga certamente per tutte le iniziative propagandistiche, da quelle di regime a quelle degli stati democratici, la questione è meno lineare, più articolata e complessa di quanto possa apparire e qui può solo essere accennata. Ogni fotografia (forse ogni genere fotografico) che influenzi dei comportamenti a scala sovraindividuale è agente di storia: la fotografia di moda, quella pubblicitaria, ma anche le fotografie dei ‘maestri’ diffuse da pubblicazioni e  mostre, che influenzano quando non determinano il gusto (e le scelte commerciali) dei fotoamatori sono agenti di storia. Per la sua definizione si rimanda al classico  Ferro  1977.

 

[36] “The show is an editorial achievement rather than an exhibition of photography in the usual sense. (…)  Pictures were chosen on the basis of the effectiveness with which they demonstrated the theme.”, Deschin 1955. Sulla stessa linea il fotografo Edwin Rosskam 1955, per il quale “The result is symphonic, with each individual contributor performing as the member of an orchestra rather than as a soloist, and with the editor in the role of composer, arranger and conductor.” Ancora John Szarkowski 1978, pp. 16-17,  avrebbe ricordato che ” Although delighted to see photography so demonstratively appreciated, many photographers were distressed that the individual character of their own work had been sacrificed to the requirements of a consistent texture for the huge tapestry of the exhibition. Only those of philosophical disposition understood that the solution was artistically inevitable: the exhibition’s basic theme—that all people are fundamentally the same—required that all photographs seem fundamentally the same.”

 

[37] Cfr. Phillips  1981, p. 19.

 

[38] “The dignity of man has survived so many pratfalls in the past that it’s probably in small danger from the dedication of Mr. Steichen and his colleagues. (…) The method limits subject matter to the simplest kinds of activity, and the purpose precludes the appearance of any rebels or doubters. (…)  The next step is to prove that mankind is all good. Deliberate evil has been carefully excluded; there are dead men, but no murderers. (…) All this text is rather surprising, since pictures are generally expected to speak for themselves, but the designers of “The Family of Man” leave no loopholes for random error. If Mr. Steichen’s well-intentioned spell doesn’t work, it can only be because he has been so intent on the physical similarities that unite “The Family of Man” that he has neglected to conjure the intangible beliefs and preferences that divide men into countries and parties and clans.”, Adams 1955.

[39] “The Family of Man is a jolly good show, a statistical stopper, a box office success and for the critic proves how quickly the milk of human kindness turns to schmaltz.”, The Controversial 1955.  Anche Walker Evans, 1957, avrebbe stigmatizzato “all the woolly, successful ‘photo-sentiments’ about human familyhood.”

 

[40] “as so often happens in our culture when art abandons itself to journalism, its mode of articulation has a distinct ideological cast—in this instance, a cast which embodies all that is most facile, abstract, sentimental, and rhetorical in liberal ideology. (…) “The Family of Man” is thus a reassertion in visual terms of all that has been discredited in progressive ideology.”, Kramer 1955.

 

[41] Barthes 1956, seguito in questo tra gli altri da Sontag 1977. Guittard  2006 formulava il sospetto che Barthes si forse fermato “sulla soglia” dell’esposizione, seguita in questo da Menard  2021, per il  quale  l’interpretazione di Barthes era “a perverse misreading of the show, and it suggests that, in fact, Barthes never actually saw it. He may have been reacting simply to the publicity and to reviews like the one in L’Humanité.” Per Azoulay 2013,  ” what [Barthes]  does see, he perceives as entirely external to him, as though he himself has no part in making the photographs abstract, as though someone could really remove history from the objects of his viewing, and as though these exchange relations between him and the persons photographed do not stand for a piece of history.” Una ulteriore,  articolata serie di riconsiderazioni critiche dell’interpretazione di Barthes attraversa i diversi contributi contenuti in Hurm, Reitz, Zamir 2017 .

 

[42] Barthes 1970, p. 8.

 

[43] Citato in  in La grande famille 1956, p. 19. L’editoriale apriva ricordando come “il y a un peu plus d’un siècle s’ouvrait une nouvelle « fenêtre sur le monde » que l’on appela « l’écriture , de la lumière » ou photographie. J. Nicéphore Niepce, chimiste français, en était l’inventeur et son œuvre permit  de poser les fondations d’un monde visuel totalement nouveau”.  Il rimando sciovinista a Niepce ovviamente non compariva nell’edizione inglese del periodico.

 

[44] Cfr. Menard 2021.

 

[45] Nella  versione del London Youth Choir, 1957, venne inclusa nel disco della Topic Records LP 12001, 1960, Songs Against the Bomb.

 

[46] Venturi 1955.

 

[47]  The Family of Man / Wir Menschen,”Du”, 15 (1955), n.11 – November, con un ricco portfolio e un testo dello studioso e scrittore pacifista, Walter Robert Corti, fondatore con Marie Meierhofer del Villaggio Pestalozzi per bambini di  Trogen nell’Appenzell, dove dal 1946  vennero accolti gli orfani provenienti dai paesi devastati dalla guerra.

 

[48] Wollenborg 1955.

 

[49] Wood 2019.

 

[50] La fotografia – destinata a diventare un’icona del movimento per i diritti civili –  venne pubblicata una prima volta da “Life” nel numero 2 (1937), n. 17, 26 aprile, p. 26, accreditata alla Universal Newsreel, quindi ripresa nel portfolio dedicato a The Family of Man,  Life 1955a, p. 141, a cui era riservata la storia di copertina: The taxing task of rounding up pictures. Come è noto solo nel 2022 il Presidente USA Joe Biden ha promulgato l’Emmett Till Antilynching Act  che definisce il linciaggio un reato federale.

 

[51] Cocchi 1955.

 

[52] Bricarelli 1955.

 

[53] Rivista trimestrale edita da Sansoni, edizione italiana di “Perspectives USA”. Come indicava l’avvertenza “Al lettore. La pubblicazione di ‘Prospetti’ e la sua vendita a prezzo moderato sono stati possibili in grazia di una concessione della Fondazione Ford. Poiché una parte del suo grande programma è dedicata a promuovere attività che assicurino significativi contributi alla pace mondiale un miglioramento del benessere economico di tutti i popoli e il progresso dei mezzi educativi la Fondazione Ford ha voluto, con “Prospetti”, incrementare maggiormente l’amicizia e la comprensione fra i popoli attraverso lo scambio culturale.”  La Ford Foundation era parte attiva della costellazione di istituzioni legate alla “Guerra fredda totale” come definita da Dwight Eisenhower; cfr. Schwartz 2014.

 

[54] Dupee 1955, pp. 156-157.

 

[55] Newhall 1956.

 

[56] “The mission of USIA is to understand, inform, and influence foreign publics in promotion of the national interest, and to broaden the dialogue between Americans and U.S. institutions, and their counterparts abroad.”, https://web.archive.org/web/20081007020038/http://dosfan.lib.uic.edu/usia/usiahome/oldoview.htm#overview. Va qui notato che il proposito di realizzare “additional editions [that] will open simultaneously in Europe, Asia and Latin Amerioa and then will circulate throughout the world for at least two years” era già precisamente indicato nella prima Press Release del Museo, datata 31 gennaio 1954, https://assets.moma.org/documents/moma_press-release_325966.pdf.

 

[57] Dai MoMA Archives, in Redondo i Arolas 2010.

 

[58] Non è questa l’occasione per approfondire il tema, ma questi esiti allestitivi non erano certo frutto del mancato aggiornamento museografico della cultura architettonica italiana, basti ricordare – per fare un esempio molto prossimo – all’allestimento di Architettura misura dell’uomo per la IX Triennale del 1951, firmato da Ernesto N. Rogers con Vittorio Gregotti e Giotto Stoppino. Erano le versioni pensate per la circuitazione che prevedevano un allestimento più semplice e standardizzato.

 

[59] Bertolucci  1956.

 

[60] Proprio l’11, usciva in Italia il numero di “Epoca” che ospitava il reportage di Massimo Mauri, Un popolo muore, con le fotografie di Mario de Biasi, ripreso e sviluppati nel numero successivo.

 

[61] Del Guercio 1956.  Le vicende de “La Fiera Letteraria”  sono state recentemente analizzate da Garomersini 2025.

 

[62] Gli esami di Stato 1957.

 

[63] Alfonso Gatto, Altri tempi, “La Fiera Letteraria”, 13 (1958), n.30, 27 luglio, pp.1-2.

 

[64] Paoli 2015. Di Vitali, che l’aveva visitata a Zurigo nel 1958,  sono le fotografie in rete donate al Civico Archivio Fotografico di Milano dagli eredi nel 2014. Dopo la dismissione del sito https://fotografieincomune.comune.milano.it la serie è ora (2026) consultabile all’indirizzo https://www.sirbec.servizirl.it/sirbecweb2/collezioni/RL550-15026/ricerca?query=lamberto+vitali+The+Family+of+Man.  Altre fotografie sono conservate presso il fondo dello storico dell’arte Alberto Martini, cfr. Nurchis 2015.

 

[65] La famiglia dell’uomo 1959a. Anche nell’edizione newyorkese “visitors received a pamphlet with a prologue by Sandburg that set the interpretive stage” (Turner 2012, p. 76). Tra le iniziative collaterali della tappa milanese anche la presentazione del  documentario dedicato alla mostra,  fatta da Max W. Kraus, a Palazzo Serbelloni in Corso Venezia, la sera del 6 marzo.

 

[66] La vita dell’uomo 1959.

 

[67] L’avventura umana 1959.

 

[68] Vittorio Viale, Pro-memoria, 18 marzo 1959, Carte Amministrative Annuali CAA 1007, Esposizioni, La famiglia dell’uomo, 1959, cat. IX-classe 8, fasc. E1.

 

[69] Anche la sede torinese, aperta nella centralissima Piazza San Carlo nel maggio del 1950 dal console Kenneth R . Boyle, era dotata – tra le altre cose – di una ricchissima biblioteca d’arte e di una discoteca con numerosi titoli di jazz, costituendo un importante punto di riferimento per numerosi intellettuali e artisti. Secondo quanto riportato in un articolo della rivista municipale “Torino” (Pablo 1952), scopo dell’USIS era di “illustrare i metodi della sana democrazia americana i quali costituiscono implicitamente il più efficace mezzo di propaganda contro i regimi totalitari, notoriamente nemici della libertà e della dignità umana. (…) Per il conseguimento e l’allargamento dei suoi obiettivi l’U.S.I.S. dispone delle seguenti sezioni: film, radio, stampa, biblioteche, relazioni culturali, mostre fotografiche (…).La biblioteca [è]  dotata di 5.000 volumi e conta 4.558 soci.” Sul ruolo del’USIS  e più in generale sulla propaganda USA nel secondo dopoguerra si vedano Bruti Liberati 2004, Ellwood 2005.

 

[70] Lettera di Viale all’Assessore alle Belle Arti Maria Tettamanzi Cesaro, in Russo 2011,  p. 183.

 

[71] Gromo 1959.

 

[72] Bernardi 1959. Notiamo a margine quanto l’ingombrante tematica della mostra mettesse a dura prova l’abilità dei titolisti dei quotidiani, costretti a ricorrere (senza esito) a ripetitive variazioni sul tema.

L’altro quotidiano torinese, ” La Gazzetta del Popolo”, non dedicò  alcun articolo (neppure una breve in cronaca) alla mostra, recensendo invece la personale di Domenico Riccardo Peretti Griva, con un titolo che suonava come un richiamo ironico e polemico alla grande mostra che avrebbe inaugurato il giorno dopo a Palazzo Madama; cfr.  Carluccio 1959.  Il magazine aziendale “Illustrato FIAT”, a qualche mese dalla chiusura  della tappa torinese, pubblicava un articolo autobiografico firmato da  Edward Steichen (1959), tratto dalla “Saturday Review” e ripreso in italiano  da “Mondo Occidentale”, il mensile dell’USIS, secondo una consuetudine che sarebbe proseguita anche negli anni successivi. Un segno forte dei legami tra l’agenzia statunitense, la grande azienda italiana e la stessa direzione dei Musei Civici di Torino; un legame che avrebbe portato alla realizzazione della retrospettiva dedicata al grande fotografo alla Galleria d’Arte Moderna di Torino negli ultimi mesi della direzione di Vittorio Viale; cfr. Steichen 1965.

 

 

[73]Steichen 1955, p. 132. Il cartoncino e l’invito sono consultabili rispettivamente ai seguenti indirizzi:  https://www.lastampa.it/torino/2013/12/12/fotogalleria/oltre-un-secolo-di-mostre-nei-cartoncini-1.35945897/; https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0500664126 (12 06 2026).

 

[74] La famiglia dell’uomo 1959b.  Nello stesso mese di marzo, sulle pagine di “Fotografia”, Giuseppe Turroni la descriveva come un “affresco epico, umanissimo, tenero e straziante”,  Turroni 1959a, citato in  Russo 2011, pp. 176-177. Il critico avrebbe poi inserito un richiamo alla mostra anche nel suo volume dedicato alla Nuova Fotografia Italiana (Turroni 1959b, p. 11) ma solo per stigmatizzare “la fotografia giornalistica italiana, che  (…)  (abbiamo fatto un nome, Patellani) è curata, è persino leziosa, non conosce le crudeli visioni del reportage nordamericano, la stringata vivacità di quello francese, la grigia pesantezza di quello tedesco, È un reportage di stampo accademico e provinciale, la guerra e la tragedia lo toccano ma non lo scuotono.”

Quale richiamo indiretto alla notorietà di The Family segnalo la vignetta pubblicata nel numero di aprile di “Popular Photography Italiana” (Le donne 1958), a corredo dell’articolo Le donne sono “allergiche” alla fotografia?, nella quale si mostrava come  – per le donne – il concetto di fotografie della “famiglia dell’uomo”, coinciderebbe con quello di fotografie di famiglia.

 

[75] La famiglia dell’uomo 1959c.

 

[76] Cintoli 1959.

 

[77] Paolo Monti, in Atti 1959 1961, p.44.

 

[78] Italo  Zannier,  in Atti 1959 1961, p. 38, corsivo dell’autore. Il discorso meriterebbe di essere approfondito, ma basti ricordare, per misurare le differenze abissali con altre culture fotografiche, che già nel suo secondo anno di vita “Life” aveva invitato i propri lettori a riflettere sul fatto che “When people think of the camera in journalism they think of it as a reporter – the best of reporters: the most accurate of reporters: the most convincing of reporters. Actually, as LIFE has learned in its first few months, the camera is not merely a reporter. It can also be a commentator. It can comment as it reports. It can interpret as it presents. It can picture the world as a seventeenth century essayist or a twentieth century columnist would picture it. A photographer has his style as an essayist has his.”, Life 1937.

 

[79] Monti 1959. Poiché Monti la collocava a gennaio (a Milano, dove fu invece tra febbraio e marzo) si può supporre  che questo scritto venne redatto a  qualche mese di distanza, forse in occasione della II Mostra Internazionale Biennale di Fotografia di Venezia, che si tenne tra ottobre e novembre, con una sezione dedicata a “Life”.

 

[80] Di opposto parere sarebbe stato, in prospettiva storica, Szarkowski 1978, pp. 16-17, per il quale “the exhibition thus ran counter to the ambitions of the period’s most original younger photographers; and in spite of its artistic quality and enormous success, it had little perceptible effect on the subsequent directions of American photography”, mentre per Marien 2002, pp. 312-313,  “In a sense, The Family of Man was the last expression of the documentary social realism that had characterized American photography during the 1930s Depression era.” Ancora più esplicito  Osman 1986, per il quale “L’apogée du grand courant humaniste et idéaliste en photographie fut l’exposition «Family of Man» (…) Mais ce sommet se révéla, comme souvent, une limite. Et l’on peut dire qu’avec la rapide et brutale réaction contre «Family of Man» commence l’histoire de la photographie proprement contemporaine.”

 

[81] Monti 1959. Le ultime righe di questa riflessione non sono lontane da quello “scacco della fotografia” di cui aveva scritto Barthes.

[82] Monti 1959.

[83] Un interesse che quasi dieci anni più tardi, nel 1954, avrebbe portato alla costituzione del Centro per la Cultura nella Fotografia –CCF di Fermo, cfr.  Lettera di Crocenzi a Zannier datata 24 aprile 1959, in Zannier 1986b.

 

[84] Gesicht der Zeit / Face of Time era la prima mostra collettiva della Magnum, presentata in anteprima nel 1955 all’Institut Français di Innsbruck, poi circolante in altre città austriache e quindi esposta alla Photokina di Colonia nel 1956 prima di essere ospitata a Venezia.  Ricordo che dal luglio di quell’anno era in edicola l’edizione italiana del mensile “Popular Photography”, con ampi articoli dedicati alla Magnum e un’intervista ad Henri Cartier-Bresson nel numero di settembre.

[85] Monti 1954. Resta singolare l’assegnazione di Cartier-Bresson al “reportage giornalistico di tipo americano”, distinguendolo però dagli altri autori Magnum.

 

[86] Monti 1957.

 

[87] Ibidem.

 

[88] Zannier 1957b.

 

[89] Corinaldi 1956.

 

[90] Si vedano a questo proposito Turroni 1959b e Arcari 1961.

 

[91] Zannier 1957. Ancora due anni dopo, in occasione della  seconda Biennale veneziana di fotografia, riflettendo sulla mostra dei fotografi di “Life”, Zannier 1959 qualificava quei reportage come “la testimonianza, una delle più alte, delle possibilità espressive del linguaggio fotografico, dell’autonomia, dell’efficacia comunicativa di questo linguaggio. (…) durante il percorso tracciato dalle opere che compongono la rassegna” il visitatore “non avverte neppure la necessità di una esplicazione didascalica. Le immagini parlano da sole.”

 

[92] Steiner 1954.

 

[93] Gilardi 1961.

 

[94] Arcari 1961 e la sintesi della discussione successiva in Atti 1959 1961, pp. 85-89.

 

[95] Si consideri a questo proposito l’accenno poco più che obbligato contenuto nel saggio di Patrizia Regorda, 2010, pur dedicato alla nascita della Concerned Photography in Italia.

 

[96] Morello 2010, p. 378.

 

[97] Camisa 1958, cfr. Morello 2010, p. 378. Quel testo  costituiva una rielaborazione degli scritti per la presentazione della 1a mostra nazionale di fotografia “Città di Cairo Montenotte”, 1957.

 

[98] Camisa in Busi Thompson 2007, p. 21.

 

[99] Arcari  1960. Sulla stessa linea interpretativa anche Turroni 1964.

 

[100] Mario Finocchiaro, La madre di mio figlio, 1956; Stefano Robino, La mia famiglia, 1956; Arnaldo Cremonini, La famiglia italiana, 1957; Maternità di Rosario Dorico, 1958; Giuseppe Allario, La mia famiglia, 1963, solo per citarne alcuni.

 

[101] Si veda a titolo di esempio International Seminar 1956.

 

[102] Ferrania 1961.

 

Genealogie del bianco (2005)

in Bianco su bianco: percorsi della fotografia italiana dagli anni Venti agli anni Cinquanta, catalogo della mostra (Aosta, Centro Saint-Bénin, 14 maggio – 25 settembre 2005), a cura di P. Cavanna. Firenze: Alinari, 2005

 

La realtà è solo materia grezza

per la creazione dell’immagine

che vive autonoma,

esprimendosi tutta in sé stessa,

in estreme sintesi formali.”

Paolo Monti, 1957

 

 

“Ho avuto un attimo di speranza quando, giorni fa, incidevo su una lastra di vetro affumicata – scriveva Paul Klee nel 1905 – Dunque il mezzo non è più la linea nera, bensì quella bianca. (…) Dipingere col bianco corrisponde al modo di dipingere della natura.” E ancora, nel dicembre 1910: “Ricordo l’effetto assolutamente convincente del nero come luce nella negativa fotografica.”(Klee 1990, p.181)

Dal confronto con la scrittura della luce, nella rimeditazione dell’antica pratica del cliché-verre (già di Corot e Fontanesi, tra gli altri) il pittore trovava la forza necessaria per avanzare in quella che lui stesso chiamava (in italiano) la  “Terra incognita” di quel nuovo “genere di forma rigorosamente astratto.”

La scoperta del negativo come modo di percezione delle apparenze del mondo, la scoperta delle fotografie come ombre bianche, luminose, consentiva di riconoscere il segno come pura manifestazione di energia, autonoma, slegata da ogni intenzione descrittiva. Il nero del segno rivelato come luce proprio dal processo fotografico, dal meccanismo intrinseco della sua riproducibilità, della sua natura di matrice. In questo eccesso accecante di tenebra risiedeva la possibilità dell’astrazione, dell’allontanamento dalla figura in favore di quella “sensibilità pura” che poi sarà di Malevič: “Il bianco Suprematismo non conosce più il concetto di materia, ancora in auge presso l’uomo medio. Le sue forme sono fenomeni che si ordinano in base a nuovi rapporti emotivi.” (Malevič 1922, p. 203)

Lo “zero delle forme” proprio del credo suprematista sembra trasmettere la propria eco lontana al  processo di mutamento che allora si avviava  nella cultura fotografica, in particolare in quell’ambito che si è soliti definire della fotografia artistica, a partire dagli anni del primo dopoguerra, quelli che vedono un progressivo (e timido, in Italia) allontanamento dagli stilemi pittorialisti in favore di una corrispondente apertura alle suggestioni, se non proprio alle provocazioni moderniste.

Non potendo operare contro la natura referenziale di traccia della fotografia, non potendo rinnegare la sua necessità documentaria, molti autori sembravano dunque volgersi verso qualcosa che potremmo definire uno “zero del significato”,  riducendo il peso narrativo del contenuto referenziale a favore di una crescita dell’autonomia del significante, della forma.

Come puntualmente rilevava Italo Mario Angeloni, uno dei più autorevoli critici militanti dell’universo fotografico italiano tra le due guerre, nelle immagini che iniziano a comparire sulle pagine degli annuari e delle riviste italiane intorno al 1920 “C’è un studiata cura di sopprimere quanto formava il bagaglio inutile della vecchia fotografia aneddotica. (…) è un nuovo mondo che si traduce in sintesi più intime e complesse; si comincia a sentire che in arte contano gli elementi essenziali, che alla nostra anima moderna bastano pochi ma decisi lineamenti per produrre in essa la gioia etica ed estetica della visione.” (Angeloni 1925, p. 68)

“Sintesi” è la parola chiave, il concetto rivelatore utilizzato pochi anni dopo anche da Marziano Bernardi, autorevole critico d’arte del quotidiano “La Stampa”, che nel suo commento al secondo Salon fotografico tenutosi a Torino nel 1928 riconosceva come nella critica fotografica “Ormai (…) s’usa un linguaggio per nulla diverso da quello pittorico: e si accenna a valori, toni, rapporti, a piani, volumi, cromatismo. (…) Ma v’è di più. Ed è il singolare e significativo uniformarsi della fotografia (specie la fotografia dei giovani) a quella tendenza verso la sintesi, l’unità, la semplificazione, la linearità, la regola, onde – dall’architettura alla pittura, dalla decorazione alla scultura e direi quasi alla poesia – sembra oggi improntarsi l’arte tutta quanta.”[1]  Cosa poi s’intendesse quale perfetta “realizzazione sintetista” ci è svelato da un testo di poco successivo, ancora di Angeloni, in cui l’immagine di un paesaggio invernale veniva restituita come “esigua ed infinita parola di bianco e di ombre che ti conduce verso il raccoglimento del sogno.” (Angeloni 1926, p.  243).

Accanto alla “sintesi”: il sogno.

Che è un altro modo per dire sentimento e – sovente – sentimentalismo, in una contraddizione apparente ma forse solo nostra, allora superata dalla comune possibilità di trasformare “la realtà in visione idealizzata”, scegliendo di comporre immagini fortemente  antiprospettiche, prive d’orizzonte e punti di fuga, in palese contrapposizione coi presupposti stessi della tradizionale visione ottica occidentale; allo scopo di ridurre il peso della referenzialità in favore del   riconoscimento del loro puro valore di immagine.

In questo contesto si può comprendere come la scelta del soggetto giocasse un ruolo importante, determinante, inducendo al confronto con porzioni di mondo che consentissero di misurare le proprie capacità espressive.

Ne sono prova le sollecitazioni che spingevano a considerare “il contributo della microfotografia alle arti decorative”, in cui si lasciava intravvedere la possibilità per “gli artigiani di tutte le specialità [di] trovare nel materiale messo a loro disposizione (…) quantità di nuove ispirazioni.” (Il contributo, 1929) o le analoghe riflessioni ospitate sulla rivista “Natura”, che nel 1929 pubblicava un importante articolo dedicato alla Fotografia moderna, poi pubblicato “se pure con certe riserve” anche sulle pagine del “Corriere Fotografico”. (Boggeri 1929a, 1929b)

È oggi sufficiente uno sguardo d’insieme, sintetico e quantitativo alla produzione di quegli anni per constatare, per comprendere quale fosse il soggetto privilegiato di queste prove, di queste un poco ingenue sperimentazioni che non saprei definire altro che discorsive, se non proprio linguistiche: gli autori dell’allora “giovane fotografia” guardavano al bianco del mondo alpino (anche in virtù di un diffuso intreccio di passioni) per  raccogliere la sfida di un confronto che nasceva dal bisogno, se non dalla volontà di far coincidere materia e colore, di ridurre ogni distanza tra forma e contenuto, sino alla rivelazione fascinosa del segno di puro valore espressivo, sebbene  – qui, sempre – velato da uno sguardo ancora crepuscolare.

Vengono alla mente le ben altrimenti consapevoli riflessioni di Alfred Stieglitz, la sua necessità ad un certo punto del proprio percorso di dare forma al progetto che si sarebbe tradotto in Music: a sequence of ten cloud photographs n.8, del 1922: “Volevo fotografare le nubi per scoprire cosa avevo imparato di fotografia in quarant’anni. Attraverso le nubi mettere per iscritto la mia filosofia della vita – mostrare che le mie fotografie non erano dovute alla qualità del soggetto  – le nubi erano a disposizione di chiunque, liberamente – nessuna tassa da pagare finora. (…) Il mio scopo è di fare fotografie che sembrino tali sempre più, al punto che non saranno viste, a meno che uno abbia occhi e guardi – e pure nessuno che le abbia viste una volta, le dimenticherà mai. Spero che questo sia chiaro.” (Stieglitz 1923)

Sarebbe ingenuo, di più, antistorico attendersi la stessa consapevolezza negli autori italiani dei primi decenni del Novecento, lo stesso livello di riflessione critica in una realtà come la nostra in cui lo spazio della ricerca era limitato e ridotto alle pratiche amatoriali, in cui la fotografia era  “per eccellenza un’arte di diletto. Essa è – nelle parole di Guido Rey – il vaso di fiori che, al davanzale della finestra, rallegra e consola il pover’uomo che non ha giardini.” (Rey 1925, p.  6)

Entro questi limiti ben definiti, anche se non netti, è comunque possibile seguire le tracce di più percorsi, a volte nettamente individuati, individuali, altre talmente sovrapposti da risultare quasi coincidenti, da consentirci di parlare, di provare almeno a dire della figura di un autore che è collettivo, che elabora infinite variazioni sul tema, che si muove incerto e lieve, senza sforzo apparente nel tentativo di scrollarsi di dosso il peso della referenzialità fotografica. Un autore che si dedica alla realizzazione di immagini in cui lo scenario naturale  possa funzionare come un pre-testo, un materiale da elaborare per realizzare fotografie di cui negli esiti migliori la critica coeva coerentemente riconosce l’estraneità al genere del “paesaggio.”

Quello spazio bianco su cui condurre le prove, non era una pagina bianca disponibile a nuove scritture, era di  più: soggetto evanescente e quasi immateriale, individuato con naturalezza nello scenario alpino, luogo di antiche frequentazioni e passioni condivise per quelle generazioni. Un intreccio tra alpinismo e fotografia che legava le due pratiche sin quasi dalle origini, aperto da sempre alle suggestioni fantastiche.

Lo sguardo che scopriva le montagne aveva trovato le proprie origini in quel romantico sentire cresciuto dalle radici intrecciate del sublime settecentesco e  del nuovo riconoscimento tutto positivo della fattualità degli elementi naturali (le rocce, le nuvole, i ghiacci), in una oscillazione feconda e mai risolta tra fascino del pittoresco ed analiticità documentaria, quasi cartografica; quella stessa che incantava John Ruskin e buona parte poi della cultura ottocentesca; quella che spingeva i più grandi autori a misurarsi con l’impervio compito – quasi insormontabile – della fotografia di montagna, non solo delle montagne, ancora sulla soglia dell’età del collodio, subito dopo il 1850. Non per caso il lavoro  che destò maggior sensazione all’Esposizione universale di Parigi del 1855 era stato la veduta panoramica in dodici parti del massiccio del Monte Bianco, lunghezza totale due metri, realizzata  da Friedrich von Martens, con la “riproduzione immensamente esatta dei complicati dettagli offerti dai grandi rilievi della catena alpina, e in particolare dei loro ghiacciai”. Il pubblico dei visitatori era stato attratto anche dalle vedute dell’Oberland bernese  realizzate dai Fratelli Bisson, titolari di uno dei più eleganti studi parigini del Secondo Impero, che alcuni anni dopo, intorno al 1860,  saliranno – anzi sarà solo il “giovane” Auguste-Rosalie a farlo –  sul  Monte Bianco per realizzare quelle che sono forse le più importanti e note riprese di montagna della fotografia europea delle origini, poi raccolte in due album di Souvenir, uno dei quali, realizzato poco dopo la cessione della Savoia alla Francia, fu dedicato « A Sa Majesté Victor Emmanuel II Roi d’Italie ». (Infinitamente, 2004)

Già l’interesse di Bisson comportava esplicite preoccupazioni estetiche, come testimonia il coinvolgimento del pittore Gabriel Loppé  nella nuova spedizione del 1861,  e come mostrano le affascinanti immagini dedicate ai ghiacciai. Esse costituiscono l’adattamento fotografico di  un’ostinata variazione sul tema che si svilupperà mutando ogni volta il punto di vista, scegliendo le distanze più adatte al racconto:  dalla maestà geografica della veduta quasi panoramica, al fascino fantastico delle forme in cui avvolgere le figurine dei membri della spedizione. Marionette in uno scenario di fiaba che ha perso per strada ogni semplice intenzione descrittiva. Il soggetto era certo dei più affascinanti, e dei più redditizi anche, come dimostra il suo ricorrere nei cataloghi di numerosi fotografi ottocenteschi,  confermando – ci pare – la sua aderenza, la sua disponibilità all’immaginario, quella stessa che doveva aver condizionato la ripresa che Giorgio Sommer dedicò a Chamounix, Mer de Glace in una data non meglio precisata (Infinitamente, 2004, pp. 52-53), ma non troppo lontana dalla metà degli anni Sessanta del XIX secolo,   offrendo un’interpretazione nuova, che nella scelta del piano ravvicinato si discostava nettamente dai modelli prevalenti, e  – forse memore dell’interpretazione di Byron –  quasi immergendo l’apparecchio nel corpo del ghiacciaio, attratto magneticamente da quelle onde immense, eternamente bloccate dal gelo ancor prima che dalla fotografia, pietrificate e bianche, da cui sembra emergere il dorso di favolosi cetacei: l’apparizione magica della balena di Giona se non ancora di Pinocchio (1880).

È qui, nel concedersi al fantastico che la fotografia si allontanava, ancora inconsapevolmente, da quella missione documentaria che la cultura ottocentesca le aveva affidato. Non più “ancella piena di umiltà, come la stampa e la stenografia”, non più “il segretario e il taccuino di chiunque abbia bisogno di un’assoluta esattezza materiale”, come pretendeva Baudelaire,  ma la scoperta, e la rivendicazione poi, che la fotografia potesse essere strumento e tramite di un dialogo con la natura che doveva andare oltre la pura descrizione: “Il me semble – scriveva Victor Hugo –  que les choses-là sont plus que du paysage. C’est la nature entrevue à des certaines moments mystérieux où tout semble rêver, j’ai presque dit penser (…).”[2]

In questo mutato scenario prendeva forma una possibilità nuova. Da qui iniziava a definirsi lo spazio per il racconto del fotografo, per la fotografia come strumento generatore di immagini e non di semplici (se mai lo sono) documenti. Da qui si avviava la possibilità stessa dell’espressione della soggettività sub specie fotografica, pur continuando consapevolmente ad affidarsi all’ apparente trasparenza documentaria del mezzo, ogni volta mettendo in scena lo spettacolo della verosimiglianza, in costante, fecondo equilibrio tra invenzione narrativa ed insopprimibile analiticità descrittiva.

Lo scopo ambizioso era di ottenere la “documentazione dell’inesistente”[3], conquistando una  coraggiosa equidistanza tra la sublime fotografia alpina che fu di Vittorio Sella e degli altri grandi fotografi del XIX secolo e le più invasive manipolazioni pittorialiste, da cui comunque alcuni dei nuovi autori furono in certa misura tentati.

In questo percorso di rivendicazione un ruolo determinante ebbero, come si è detto,  la scelta del soggetto e delle condizioni di ripresa, la riduzione degli elementi denotativi, l’azzeramento della scena costituito dal bianco su bianco delle masse nevose su cui disporre i segni neri e sintetici di qualche tronco o ramo, di qualche traccia di sci. Qui riconosciamo il progressivo volgersi dell’attenzione dai dettagli del paesaggio al paesaggio di dettaglio; la capacità di vedere e descrivere un universo conchiuso, autonomo. Non una sineddoche:  paesaggi d’invenzione. Reinventati dallo sguardo che li scopre e li mostra, nuovi, per la prima volta; poiché ciò che veniva mostrato non era la trasposizione fotografica del luogo ma la raffigurazione del rapporto che con esso intratteneva l’autore. Una fotografia di fatto “soggettiva”, sebbene ancora lontana dalla consapevolezza critica che al termine sarà data da Otto Steinert nel secondo dopoguerra (Subjective, 1984).

Il primo passo era stato compiuto dal movimento pittorialista,  in tutte le sue differenti declinazioni. Basti pensare all’allontanamento programmatico dalla realtà fattuale che lo caratterizzava a  livello internazionale e di cui costituivano indizi rivelatori non solo elementi apparentemente secondari come il trattamento finale, la presentazione dell’opera, ma specialmente la manipolazione delle apparenze analogiche di ogni fotografia, la tensione alla perdita di ogni vincolo di meccanica referenzialità.

Mentre si moltiplicavano le scene arcadiche e crepuscolari, però, guerra e fotografia si alleavano per offrire alla vista immagini sconosciute del mondo. Non solo – come ha riconosciuto Diego Leoni elaborando un pensiero di Merleau Ponty – si ampliava e si ridefiniva la “appropriazione del campo di percezione entro il quale l’oggetto del contendere si sarebbe definito visivamente e politicamente” (Leoni 2001, p.  8), ma alla rappresentazione prospettica terrestre di tradizione rinascimentale si affiancava, sostituendosi in parte, una visione zenitale e planimetrica, in cui l’immagine fotografica si approssimava all’astrazione cartografica conservando intero il proprio carico di referenzialità[4].

Per questa sola ragione la ripresa aerea ha contribuito a formare in modo nuovo l’esperienza comune del paesaggio e più in generale dello spazio, già toccata dalle modificazioni indotte dalle grandi invenzioni ed elaborazioni teoriche dei decenni a cavallo tra Otto e Novecento. Come ha riconosciuto Gertrude Stein riflettendo sull’opera di Picasso “il Novecento è un secolo che vede la terra come non l’ha mai veduta nessuno[5], la terra quindi ha uno splendore che non ha mai avuto. Nel Novecento tutto si distrugge e niente continua, il Novecento quindi ha uno splendore tutto suo. (…) Ha la singolare qualità di una terra che nessuno ha mai veduto, di cose distrutte come non sono mai state distrutte.” (Stein 1938, p.  86-87)

Lo statuto di queste fotografie era, ancora una volta, ambiguo e ciò ha determinato conseguenze importanti sul loro impatto estetico[6]: certo esse costituivano – secondo la bella definizione di Giovanni Battista Trener, tra le figure più rilevanti del pionierismo dell’aerofotografia italiana –  la registrazione delle “impronte della guerra”[7], consentendo di raffigurare qualcosa di altrimenti invisibile come il campo di battaglia[8], ma la loro assoluta capacità di restituzione ottico geometrica ne riduceva anche drasticamente il campo di riconoscibilità al di fuori dell’analisi specialistica: l’esito supremo dell’applicazione strategica dell’oggettività fotografica conduceva all’astrazione.

Negando ogni confronto comune e il conforto che nasce dall’esperienza diretta, il terribile Paesaggio di rumori di guerra (per riprendere il bel titolo di un piccolo disegno di Depero, del 1915) di queste immagini si trasformava in figura astratta e imponeva suggestioni nuove, fondamentali per la ridefinizione del linguaggio visivo e fotografico ben oltre gli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale.

è appena il caso di richiamare qui l’interesse o la vera e propria passione per le riprese aree di due architetti fotografi come Giuseppe Pagano e Carlo Mollino, o ricordare che Lazlo Moholy-Nagy ricorse alla “Fotografia aerea di una piazza” per la sceneggiatura tipofotografica di Dinamica della grande città, stesa nel 1921-22 con Carl Koch[9]. Più pertinente alla cultura fotografica italiana  era stata la riflessione che Antonio  Boggeri svolse nel  1929 a proposito del concetto di “fotografia moderna” sulle pagine della rivista milanese “Natura”, lucidamente sviluppata nel Commento all’annuario Luci ed Ombre dello stesso anno. “Circa il modo di fotografare, crediamo dover risalire alla fotografia aerea per spiegare la rivoluzione avvenuta repentinamente nella scelta del così detto punto di vista. Senza dubbio le prime fotografie prese dall’aeroplano rivelarono prospettive meravigliosamente nuove” (Boggeri 1929a) “in alto e sopra la scena (e ciò in seguito ai risultati stupefacenti ed allo studio delle fotografie prese dall’aeroplano) e quindi in basso e al di sotto, secondo la conseguente teoria dei contrari”. (Boggeri 1929b)

Questa notazione destinata a diffondere  in Italia il verbo del modernismo fotografico, della “fotografia pura o integrale”, segnava anche il punto di svolta di un percorso collettivo di ricerca[10] sorretto da istanze non sempre chiaramente espresse se non – più spesso –   ingenuamente formulate. Solo la rilevanza del fenomeno, solo la verifica della sua incidenza, della “evidente affinità di tendenze e di metodi” che già Boggeri riconosceva anche a livello internazionale, ci consentono oggi di ritrovare in quelle opere un senso e un valore  che vanno oltre le semplicistiche dichiarazioni di poetica, oltre le coeve letture critiche di tono crepuscolare.

Solo Mario Gabinio non ne fu toccato, ma in ragione della sua sostanziale marginalità rispetto alla rete degli amateur photographers torinesi. Lo scarto radicale e stupefacente che impose al proprio guardare all’avvio degli anni Trenta, ribaltando il realismo analitico della sua formazione ottocentesca in una nuova visione perfettamente aggiornata, senza pagare alcun dazio alla maniera pittorialista, ma rielaborando semmai suggestioni del divisionismo[11],  restò sostanzialmente ignorato sebbene molte delle opere pubblicate sulle riviste di quegli anni avessero più di un’analogia con esemplari della sua produzione anche significativamente antecedenti.[12]

I nomi che circolavano erano quelli degli esponenti del Gruppo Piemontese per la Fotografia Artistica, vale a dire Carlo Baravalle, Achille Bologna e Stefano Bricarelli, dal 1923 direttori e proprietari del “Corriere Fotografico” e di un altro piccolo gruppo di autori, prevalentemente provenienti dall’Italia settentrionale, dal Piemonte al Trentino, che determinavano con le loro opere il tono medio della produzione italiana tra le due guerre, segnata dallo scarto drammatico tra cultura “salonistica” e scenario politico e civile, distacco che procederà, pur con ragioni successivamente diverse sin quasi agli anni del secondo dopoguerra.

Sebbene incominciassero ad affacciarsi, già intorno alla metà degli anni Venti, accenni ad un “nuovo mondo” seppur non ancora ad una “nuova visione”, lo stesso linguaggio critico si abbandonava ancora all’esaltazione della “poesia delle soffici luminosità”, del “temperamento raccolto e sognante” di Francesco Agosti come del romanticismo di Peretti Griva, celebrando la “religiosa passione espressiva” delle immagini di Carlo Baravalle, in cui i “segni del travaglio meccanico” erano ormai scomparsi. Il piemontese Angeloni notava che “la composizione è dettata non solo dalla natura delle cose e dall’anima del disegnatore, ma sì anche da un evidente signorile insegnamento dell’arte pittorica nazionale e più particolarmente di quella scuola che ha in Piemonte i suoi maestri negli Avondo, nei Bertea, nei Fontanesi, nei Follini.”[13] Questi richiami non dovevano certo dispiacere a quegli autori, specialmente ai torinesi che proprio ad un pittore come Cesare Maggi, autore di paesaggi innevati che vivevano delle stesse suggestioni delle autocromie, avevano affidato la “fraterna cura” della sala in cui erano comprese le loro opere in occasione delle II Mostra del Fotogruppo Alpino del CAI, nel maggio 1927, e addirittura, nel gennaio dell’anno successivo dell’intera  Prima Mostra d’arte fotografica del Gruppo Piemontese per la fotografia artistica.[14]

Fu questa la più ricca stagione delle mostre e dei Salon torinesi e della notorietà internazionale dei membri del gruppo: Photograms of the Year 1929 (Photograms 1928) aveva pubblicato un’immagine di Bricarelli[15] e Audax di Giulio (t. XXV), che Gian Luigi Brezzo aveva già giudicato “superbo” presentandolo sulle pagine dell’annuario di Luci ed Ombre per il 1929 (Brezzo, 1929 p.  778).

Cesare Giulio,  autore di “abbacinati paesaggi di neve”[16] quasi sempre  privi di sviluppo prospettico, modellati per superfici pure, segnate da impronte e scie che si trasformano volentieri in texture, era certo stato tra i primi e più coerenti nell’adottare le formule della nuova fotografia, autore di immagini in cui la tendenza alla costruzione della pura forma, astratta, era confermata anche da certi suoi titoli (Trasparenze, ante 1932) analoghi a quelli di autori a lui prossimi come Carlo Baravalle (Sinfonia della neve, 1927)[17].

L’appartenenza di queste fotografie al genere del paesaggio, inteso come “una rappresentazione pittorica – o fotografica – di carattere eminentemente descrittivo e totalitario, nella quale l’insieme domini sul particolare [e] le figure – se figure vi sono – abbiano funzione complementare (…) l’architettura e in genere l’opera dell’uomo siano assoggettate dall’impero incontrastato della natura.” (Bernardi 1927, p.  10) era – come si è detto –  messa in discussione: “non sono paesaggi né le nevi dell’Oneglio e del Giulio né i particolari luministici del Baravalle” (ivi, p.  11).

Sono fotografie che danno “pittoricamente l’impressione del silenzio e della solitudine”, che offrono  “null’altro che una fulminea sensazione di velocità”, nella definizione di Marziano Bernardi de La scia di Cesare Giulio, giudicata “efficacissima per la trovata dei due solchi che diagonalmente tagliano il ripido nevaio.” (ivi  p.  17). La stessa immagine, forse la più nota ed emblematica di tutta questa stagione[18], venne pubblicata come “study in space and movement (…) a skier whose trail through the snow describes a beautiful curving line”, nell’annuario del 1931[19] della rivista londinese “The Studio” (tav. 81), una vera summa della fotografia modernista con immagini di Herbert Bayer, Francis Bruguiere, Florence Henri, Germane Krull, Man Ray e Tina Modotti  tra gli altri, oltre agli italiani Achille Bologna e Stefano Bricarelli.

Questa economia di mezzi, questa riduzione ai minimi termini dei segni e dei toni, l’assenza di manipolazioni in ripresa e in stampa pur nella ricerca ostinata dell’artisticità dell’immagine rappresentavano, più che il superamento, una soluzione alternativa al pittorialismo ancora  imperante, la scelta di altri modelli di riferimento, di altre suggestioni quali la grafica giapponese, esplicitamente richiamata a commento di un’opera di Riccardo Moncalvo presentata in Luci ed Ombre del 1934[20]. L’eliminazione del volume prospettico in favore dell’esaltazione della superficie, l’adozione del tono alto inducevano a fondare il proprio bagaglio espressivo sulle pure potenzialità delle modulazioni tonali, intrecciando il proprio con altri percorsi coevi sebbene distanti: basti qui ricordare i toni alti delle fotografie di fiori di Imogene Cunningham che proprio il “Corriere Fotografico” aveva pubblicato nel 1931 e, ancora, l’opera di  Moholy-Nagy, che aveva utilizzato sequenze di sciatori e scie tratte dal testo Wunder des Schneeschuhs di Arnold Fanck[21], il regista che nel bellissimo libro fotografico dedicato al suo Der weisse rausch /L’ebbrezza bianca, 1931, aveva riproposto con un montaggio efficacissimo e denso circa 2000 fotogrammi ricavati dalle riprese di Richard Angst, montati in sequenze di grande efficacia dinamica cui vennero assegnati titoli quali “Ski- Impressionismus” o “Ski-Expressionismus”. (Le stelle 2004, p.  127)

A conferma di “quanto potentemente [avessero] influito i modi del cinematografo sulla fotografia moderna”  (Pellice 1932, p.  XIV) basti verificare come le campiture di neve delle piste fossero state trasformate in spazi da comporre coreo-graficamente, da attraversare con silhouette sempre meno riconoscibili,  più veloci,  portate sino all’estremo limite della scomparsa della figura: restavano solo le nuvole bianche sollevate dallo sci “wenn der Schnee stäubt” (quando la neve è polverosa). Le ombre in movimento, le tracce e le forme che modulano il bianco erano quelle che ritroviamo in molta fotografia modernista, al limite della citazione, quasi del plagio.

Gli esempi sono numerosissimi[22], in particolare nella produzione di Giuseppe Ghedina (Cortina d’Ampezzo) e dei Fratelli Pedrotti (Trento e Bolzano), attivi anche nel campo del cinema di montagna sin dal 1932 quando Aldo filmò la Prima ascensione direttissima della Paganella. Già Floriano Menapace (2001 p.  53) aveva indicato come  “la vera fonte estetica dei Pedrotti fossero il cinema  e i ritratti fotografici degli attori”, con riferimenti espliciti a Fanck e Luis Trenker, mentre meno convincente appare  il richiamo alle influenze  futuriste (ma di un futurismo ormai semplice “cultura della modernità”) “dopo aver conosciuto Depero e il suo impegno entusiasta per l’avanguardia” di cui ha parlato Giovanni Lista (2001 p.  193), riconoscendo nei “solchi lasciati dagli sci e dalle slitte sui campi di neve, la volontà di una resa astratta capace di trascendere il riferimento ai dati della realtà esteriore e (…) una connotazione calligrafica che traduce i temi formali tipicamente futuristi dei tracciati d’energia e delle linee in movimento continuo.” (ivi  p.  202) Lettura affascinante, ma non convincente. Si potrebbe forse suggerire un percorso diverso, ricordando ad esempio come Enrico Pedrotti, di formazione tardo pittorialista, avesse pubblicato su “Galleria” nel 1934, in un numero in cui comparivano  anche immagini di Erich Angenend, autore vicino alle poetiche della Nuova Oggettività e per lungo tempo punto di riferimento di molta fotografia italiana.[23]

Quando, allo scadere del regime fascista, nel 1943 venne pubblicata Fotografia. Prima rassegna dell’attività fotografica in Italia per la cura di Ermanno F. Scopinich in collaborazione con Alfredo Ornano e con la grafica di Albe Steiner, lo scenario appariva ormai in profonda trasformazione e  Peretti Griva, storico autore di “paesaggi trascendentali” caparbiamente pittorialisti, stampati al bromolio trasferto,  era il solo rappresentante del gruppo di torinesi vicini al “Corriere Fotografico”.  Risultava assente anche un autore internazionalmente noto come Cesare Giulio, sebbene la fotografia a tono alto, eredità diretta delle prove dei decenni tra le due guerre, fosse rappresentata da un altro torinese come Enrico Giorello (p.39), e dai trentini Enrico e Aldo Pedrotti (tavv.56, 80), cui Giuseppe Turroni avrebbe riconosciuto di aver fornito “la grammatica d’esordio di Fulvio Roiter”[24] [quando] rielabora i moduli astratti (…) i toni sono cioè sempre candidi  [e]  la sintesi calligrafica è ancora il suo campo sperimentale.” (Turroni 1959, pp. 17, 53)

Il Paesaggio invernale  di Aldo Pedrotti si presentava – nella lettura di Zannier (1981 p.  14) come  “una bianca superficie, interrotta soltanto da due esili segni verticali (due pioppelle), che scandiscono lo spazio dell’immagine, di una estrema purezza grafica, inconsueta allora”, sebbene fosse una prova di tono piuttosto narrativo, lontana dalle tensioni astratte presenti nelle opere dei migliori autori del decennio precedente.  Fotografia uscì a circa dieci anni di distanza dall’ultima edizione di Luci ed Ombre (1934), che ne costituiva di fatto il precedente editoriale (ma non ideologico) e rappresentò un ulteriore tentativo, non compiutamente risolto, di far procedere il dibattito che avrebbe dovuto consacrare la svolta modernista, timidamente avviato dopo il 1923 dal “Corriere Fotografico”, poi proseguito e affinato sulle pagine di “Galleria” e di “Note fotografiche”, nonché col contributo fondamentale di Gio Ponti,  Edoardo Persico e dell’editore Gianni Mazzocchi.

Federico Vender, presente con quattro immagini, era in quegli anni uno degli autori più rappresentativi e considerati del panorama italiano e internazionale almeno dal 1934. Il suo sguardo orientato alla trasfigurazione in senso idealistico della realtà in immagine, era caratterizzato dal ricorso programmatico al tono alto, derivato da Cesare Giulio e dai fratelli Pedrotti ma qui, come in Giuseppe Cavalli, liberato ormai dalla necessità del soggetto e caricato consapevolmente di senso e intenzione, esito della “necessità di allontanare la fotografia che abbia pretese di arte, dal binario morto della cronaca documentaria”[25]. Era dalla considerazione critica di questa sequenza di opere e autori che sarebbe derivata, ormai alla soglia degli anni Sessanta, la possibilità di riconoscere “la costante più vera della nostra fotografia, pur in mezzo a tante contraddizioni e ripieghi: la verità della forma.” (Turroni 1959, p.  17)

La condizione nuova in cui viveva il paese, uscito da poco più di un decennio dalla guerra civile, il punto di vista collocato in una fase di profondi cambiamenti non potevano però non portare, contestualmente, a formulare un severo  giudizio etico: “Nell’immediato dopoguerra la stabilizzazione conformista non accenna minimamente a frangersi in vista di uno sbocco libero, di una finalità narrativa. (…) Questo voluto narcisismo era necessario ai fini di un ulteriore approfondimento del linguaggio? No. Si trattava in sostanza di indifferenza, di pigrizia morale” (ivi, p.  24) giustificabile solo pensando al lungo “periodo di rassegnazione” trascorso.

Erano anni in cui il confronto ideologico all’interno della più viva scena fotografica italiana, incerta tra eredità fotoamatoriale e nuove spinte all’impegno professionale, si manifestava anche attraverso la costituzione di numerosi circoli fotografici militanti: dopo una gestazione quinquennale (e una guerra di mezzo) nel 1947 venne pubblicato su uno dei primi numeri della rivista “Ferrania” il manifesto di palese derivazione crociana de La Bussola, fondata da Giuseppe Cavalli, Federico Vender e Mario Finazzi, cui si aggiunsero Ferruccio Leiss, Luigi Veronesi ed altri in seguito, mentre sul finire dello stesso anno si costituì La Gondola, per iniziativa di Paolo Monti. Ancora per iniziativa di Cavalli veniva fondata nel 1953 l’Associazione Fotografica MISA,  emanazione ‘giovanile’ de La Bussola, che nella sua prima mostra,  a Roma nel 1954, presentò opere di Piergiorgio Branzi, Mario Giacomelli, Francesco Giovannini, Giuseppe Möder ed altri, affiancati da autori più ‘anziani’ come Cavalli e Vincenzo Balocchi.

Di poco successiva fu l’istituzione del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia, costituito nel 1955 a Spilimbergo da Italo Zannier, Fulvio Roiter, Gianni Borghesan, Toni Del Tin, Carlo Bevilacqua, Aldo Beltrame (poi anche Gianni Berengo Gardin), gruppo che si professava di stretta osservanza neorealista, sebbene nella sua produzione si riconoscessero influenze diverse, che avrebbero portato Franco Russoli a parlare per loro di “realismo lirico”[26], individuando la presenza di elementi che implicavano un richiamo alla fotografia soggettiva, quindi ad ambiti di ricerca prossimi ad un autore apparentemente lontano come Paolo Monti.

Per ben vent’anni, luogo privilegiato di confronto e di scambio, di divulgazione consapevole della nuova cultura fotografica italiana fu la rivista “Ferrania”, fondata in quello stesso 1947 che si rivela essere stato un anno chiave per la nuova fotografia nostrana, quale strumento promozionale della più importante industria italiana di prodotti fotografici. Nelle parole di Italo Zannier, che nel 1956 vi pubblicava il suo primo saggio, dedicato ad una lettura neorealista di Giacomelli in contrapposizione all’idealismo del maestro Cavalli, la rivista era “una cronaca colta, che offriva il più attendibile panorama di una cultura visiva nel  passaggio dal residuo pittorialismo al modernismo (…) sino allo sperimentalismo (…) e inoltre il neorealismo sociologico (…) magari privilegiando quello più dolce e lirico dei veneziani Roiter, Del Tin, Bonzuan.” (Zannier 2004, p. 114).

Le opere pubblicate sulle sue pagine ci consentono di ricostruire le intricate vicende di una stagione conflittuale, segnata dalla contrapposizione “tra fotografia d’«arte» e fotografia «vera»”, tra le diverse declinazioni del realismo e la fedeltà “all’assioma fondamentale che in arte il soggetto non ha nessuna importanza”.[27]

Questa doppia posizione si traduceva visivamente nel radicale contrasto tonale tra l’ high key, proprio dei formalisti dichiarati, sovente ridotto a formula stilistica progressivamente esangue, assunto quale elemento significante dell’idealismo artistico, e le “ricorrenze tonali di un nero profondo” (Camisa 1958, p.  105) che contraddistinguevano la nuova fotografia impegnata nel dialogo col vero, per quanto trasfigurato.

Chi in quegli anni si assumeva il compito di riflettere sulle tendenze della fotografia italiana,  ancora una volta non poteva fare a meno di utilizzare un lessico, di richiamare definizioni critiche derivate dal più vasto mondo della cultura artistica, ora consapevolmente accolte.

“Esistono dei termini, delle ‘definizioni’ della forma espressione, validi indipendentemente dalla loro derivazione pittorica – affermava Alfredo Camisa – Anche se non perfettamente propri, alcuni di essi aderiscono al nostro pensiero: e non sta a noi crearne di nuovi. Espressionismo è uno di questi termini. Espressionismo indica rivolta contro ogni residuo naturalistico, espressione di qualche cosa che è dentro di noi: non la traduzione di un brano di natura (…) ma la visione interna fuori da ogni relazione (…) fondata su uno stato d’animo. La forma può apparire sconvolta, lacerata…” (Camisa 1958, p.  106)

La difficoltà di procedere oltre, di giungere a distinzioni nette tra le diverse tendenze e atteggiamenti emergeva però immediatamente: “la definizione stessa che ne abbiamo tentato – riconosceva Camisa –  indica comunque come il ‘passaggio’ dall’espressionismo ad altre forme espressive sia difficilmente individuabile: non sarebbe ad esempio concepibile una fotografia realista ed ambientale che fosse solamente tale e non espressionista”, tracciando così un percorso  che da Monti e Giacomelli si ampliava sino a toccare Berengo Gardin, Branzi, Möder, Zannier e lo stesso Camisa. Questa prima distinzione non era però ancora sufficiente a descrivere l’intero arco della produzione postbellica, cui andava aggiunta la “fotografia lirica-realista, in pieno splendore nel decennio 1945-1955”.  Nella sua “delicatezza di toni, nella ricercatezza e nella compiutezza formale” era facile riconoscere “la derivazione da quella tendenza lirica pura dei nostri maggiori maestri dell’anteguerra. (…)  Una tendenza di grandi orizzonti, di semplice comprensione e di facile presa, anche se , spesso, al limite del manierismo e di un puro compiacimento formale”, in cui venivano fatte rientrare le opere di Bevilacqua, Giovannini, Roiter “ed alcune immagini di Bonzuan.” (Camisa 1958, p.  107)

Riconosciamo qui quella difficoltà o incertezza interpretativa, quella stessa impossibilità feconda di applicare troppo rigide classificazioni che ritroviamo in un’altra lettura delle opere di Mario Giacomelli, i cui paesaggi erano giudicati  “espressionisti eppure placati in una pura scansione ritmica (…) di un significato lirico ispirato.” (Turroni 1959, p.  65)

Dal luglio 1957 aveva fatto la sua comparsa in edicola l’edizione italiana del mensile “Popular Photography”, con Fedele Toscani tra i consulenti tecnici, cui si affiancò sin dal secondo numero Piero Donzelli, aprendo immediatamente al grande reportage internazionale con ampi articoli dedicati alla Magnum ed un’intervista ad Henri Cartier-Bresson (settembre 1957). La rivista riservava un’acuta attenzione critica anche agli autori della fotografia italiana contemporanea, che un articolo di Cesare Colombo definiva Gli eroi complicati, dotati di “una grande sensibilità umana e [di] parecchie inquietudini intellettuali.” (Colombo 1958)

Il notevole spettro di interessi e l’apertura di un redattore come Donzelli erano testimoniati dalla pubblicazione degli Esperimenti di fotografia astratta di Franco Grignani, presentati da Gillo Dorfles (settembre 1958) come delle formalizzazioni di Edward Weston (1886-1957), cui venne reso omaggio a poca distanza dalla morte, mentre su quelle pagine Zannier proponeva i suoi “aforismi e fotografie” di architettura, dimostrando un’attenzione per la cultura visiva statunitense, da Ezra Stoller a Minor White, che andava ben oltre l’impegno realista del suo Gruppo Friulano.

Quando, nell’ottobre del 1959 alla Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni si tenne l’ennesima “Prima Rassegna della Fotografia Italiana”, offrendo un panorama estremamente articolato e ricco di oltre cinquecento fotografie dei  migliori autori, il compito non tanto di recensire l’evento quanto “di trarne un insegnamento” venne affidato ancora a Camisa, ma il bilancio che ne fece non fu certo positivo.

Era ancora ben presente infatti l’anacronistico permanere e prevalere del dilettantismo, quello stesso stigmatizzato da Turroni, qui più precisamente individuato e definito nella “mancanza di consapevolezza critica nell’impiego del mezzo fotografico e [nella] conoscenza delle funzioni del [suo] linguaggio.” (Camisa 1959, p.  76).

“Fra i dilettanti presenti a Sesto (…) mostrano particolari lacune (…) Giacomelli e Gardin [presente con Il trenino della Val Gardena], che pure sono fra i migliori dilettanti nostri; entrambi, e in particolare il secondo, difettano per la disparità delle immagini selezionate e dello stile. Per un difetto, cioè, tipico del dilettantesimo fotografico…” (ivi, p.  77)

Era il punto di snodo. L’avvio di una nuova stagione della fotografia italiana.

Note

 

[1] Bernardi 1928, pp.  641- 642. Lo stesso concetto sarà ripreso ancora alcuni anni più tardi in quello che è unanimemente considerato uno dei testi chiave dell’estetica fotografica modernista italiana: nel primo dei suoi quarantaquattro “Concetti per fotografi moderni” Mario Bellavista invitava infatti a “fare la sintesi e non l’analisi dei soggetti da riprodurre. È più intelligente, più abile, più moderno.” (Bellavista 1934, p.  10)

[2] Lettera a Louis Boulanger-Cauterets, citata in Sorbé 1993 , p.  69.

[3] La splendida formula si deve a Emanuele Sella che, rispondendo nel 1922 al quesito rivolto ai lettori del periodico “Il Fotografo” affermava: “La fotografia? È la documentazione dell’inesistente.”, cfr. “Il Fotografo”, 4 (1922),  n.3, p.10. Non esistono per ora elementi certi che consentano di identificare l’autore della definizione con l’omonimo membro della famiglia Sella, economista e poeta, poi Rettore dell’Università di Genova, su cui cfr.il numero monografico Emanuele Sella (1879-1946),  “Rivista Biellese”, 1 (1947),  n.5, settembre-ottobre cortesemente segnalatomi da Aldo Sola, che ringrazio. Due fotografie di E. Sella, di Torino,  Nouvelle lune, e Sérenité marine, vennero pubblicate nel numero di maggio giugno 1915 de “La Fotografia Artistica”. Anche Gio Ponti, nel suo  Discorso sull’arte fotografica, 1932, riconosceva alla fotografia “una vista indipendente, astratta, disumana. (…) Quali e quante cose oggi ci appaiono, quindi sono, soltanto attraverso l’immagine fotografica! L’aberrazione fotografica è per molte cose la nostra sola realtà: è per molte cose addirittura la nostra conoscenza, ed è quindi il nostro giudizio“.  (Ponti 1932, pp. 285-286).

[4] Confermando una programmatica distanza dalle contingenze storiche, il periodico “La Fotografia Artistica” riprendeva – 12 (1915, n. 2,  febbraio, pp.  25-26; marzo, pp. 37-38) lo studio dedicato alla Topofotografia aerea dal capitano Cesare Tardivo, già pubblicato sulla “Rivista d’Artiglieria e Genio”, 3 (1913), in cui si descrivevano le diverse applicazioni senza però fare alcun cenno alla guerra incombente.

[5] Nello stesso secolo ci sarà un altro punto nodale in cui – nuovamente – la terra sarà veduta “come non l’ha mai veduta nessuno”: vista dalla luna in una notte del 1969 e raccontata da Luigi Ghirri 1978, p.  11-12.

[6] Che questo ordine di preoccupazioni non fosse estraneo alle riflessioni dei Comandi Militari è ben documentato  dalle Norme tecniche e d’impiego del servizio fotografico terrestre ed aereo emanate dal Comando supremo nel 1918, che imponevano per la individuazione del punto di vista da cui realizzare i panorami di non  tenere alcun conto “dell’aspetto più o meno artistico che, in base a tale scelta, può assumere il panorama stesso”,  cit. in Zandonati 2000, p.  16. Ciò dimostra la relazione comunque stretta tra la cultura dei fotografi militari e quella fotoamatoriale: se non si fossero presupposte connessioni, non sarebbe stata necessaria tale raccomandazione.

[7] Leoni, Marchesoni, Rastelli 2001, p.  42.

[8] Sull’impossibilità reale di riconoscere e definire lo spazio del proprio agire al fronte è sufficiente rimandare qui alle bellissime pagine del Giornale di guerra e di prigionia  redatto da C. E. Gadda dall’agosto 1915 al dicembre 1919 e pubblicate per cura di Dante Isella, Milano, Garzanti, 1992.

[9] Moholy-Nagy (1925) 1987, p.  126.

[10] “Sulle riviste di quegli anni l’idillio regna sovrano. Colpisce un amore uguale in tutti, quello di una determinata espressione formale. A occhi non smaliziati, non «iniziati», le foto di allora si confondono paurosamente tra loro.” (Turroni 1959, p.  36)

[11] Tronchi in controluce, del 1936 riprende temi e problemi di rappresentazione affrontati alcuni decenni prima da  Vittore Grubicy de Dragon.

[12] Mi riferisco ad esempio al suo Paesaggio invernale, 1915-1920, che presenta molte analogie con le Fantasie di ghiaccio di Piero Oneglio pubblicata sul “Corriere Fotografico” nel dicembre del 1924. Il motivo delle ombre di tronchi sulla neve ritorna anche in un’immagine di Stefano Bricarelli per  “Motor Italia”, 11 (1932) marzo, p.  45 a corredo dell’articolo L’Eden degli sciatori nelle nostre Alpi, ma anche in Photograms of the Year, 1940 (tav. LI),  in una fotografia dell’americano Gustav Anderson.

[13] Angeloni 1926, p.  242. Anche un altro critico torinese parlerà di lì a poco di immagini  “che ci fanno pensare a Maggi, a Chiariva, a Pollonera ad Avondo e Calderini.” (Bernardi 1927, p.  10)

[14] Oltre a Maggi, soggetto anche di un ritratto di Ottaviano Ecclesia, i curatori della mostra, aperta il 21 gennaio 1928 al Circolo della Stampa di Torino,  erano, i critici dei due maggiori quotidiani locali Marziano Bernardi (“La Stampa”) ed Emilio Zanzi (“La Gazzetta del Popolo”). Oltre alle opere dei ventuno membri del gruppo erano presentate le personali di tre notissimi autori stranieri di scuola pittorialista: Marcus Adams, Leonard Misonne e José Hortiz-Hechagüe. In occasione dell’esposizione del Fotogruppo Alpino nel maggio 1927, nella sala del Gruppo Piemontese erano presenti opere di Agosti, Baravalle, Bologna, Bricarelli, Placido Eydallin, Giulio, Oneglio, Pasteris e Sergio Perdomi, mentre le altre ospitavano, tra gli altri,  i lavori di Hess e Reviglio.

[15] Gondole, t. X. Lo stesso Bricarelli aveva redatto un breve profilo della fotografia italiana per Photograms of the Year del 1923 che conteneva ben cinque opere di autori italiani.

[16] Così li definirà Achille Bologna, 1935; va qui ricordato il suo Spiaggia  che nell’uso della texture rimanda ancora a Giulio.

[17] Il richiamo alle forme musicali, oltre all’esempio di Stieglitz, verosimilmente ignoto in Italia, era esplicitamente avanzato da numerosi autori: “Io sono solito ad associare una visione fotografica a una sensazione musicale, la quale, a guisa di pietra di paragone, può darsi mi dia una norma per stabilire l’intensità dell’emozione avuta.” (Peretti Griva 1934, p.  17)

[18] Come conferma uno degli album conservati presso l’Archivio Fotografico del Museo Nazionale della Montagna di Torino, questa immagine notissima costituiva l’esito del taglio in stampa di una più ampia ripresa (n.3795).

[19]Le due più importanti riviste italiane di architettura dedicarono recensioni a questo annuario, pur con valutazioni profondamente diverse: per il redattore di “Domus” si trattava  semplicemente di “una delle solite raccolte di saggi fotografici”  – 4 (1931),  n.47, p.67 –  mentre per l’estensore della nota pubblicata su “Casa Bella” (Giuseppe Pagano?) l’analisi del volume costituiva l’occasione per riflettere sullo stato della fotografia,  “passata da uno stato puramente documentario ad un altro che ricerca nelle possibilità espressive un accordo con i dati estetici più diversi: composizioni ed allusioni che traggono lo spunto dalla realtà per trasferire in un’altra sfera il loro valore. Surrealismo, se si vuole.”, 4 (1931),  n.47, novembre, p.54. Nel marzo dello  stesso anno si apriva a Torino la Mostra Sperimentale di Fotografia Futurista, a breve distanza dalla redazione del manifesto La fotografia futurista, di Marinetti e Tato, pubblicato nell’aprile del 1930 in occasione del Primo Concorso Fotografico Nazionale di Roma. All’edizione torinese, ricca di ben 170 opere di 22 autori diversi ma poco più che segnalata da due brevi note di cronaca cittadina comparse sui quotidiani locali, non partecipò nessuno dei fotografi vicini al Gruppo Piemontese, ma fu certamente visitata da alcuni di essi: Carlo Matis, ad esempio, possedeva una copia del catalogo.

[20] “Riccardo Moncalvo disegna con sottile malia giapponese un arazzo di brine e di vette”, scriveva Angeloni a proposito di Inverno presentando l’annuario di quell’anno (Angeloni 1934, p.  591)

[21] Moholy-Nagy (1925) 1987, p.   116. è appena il caso di ricordare che Fanck fu l’inventore del Bergfilm, del cinema di montagna,  la cui vera terra d’elezione fu stata la Germania, efficace narratore di questo “idealismo eroico” che contemplava sempre il confronto simbolico tra l’uomo protagonista e le vette, gran costruttore di trame drammatiche, maestro di Luis Trenker e poi di Leni Riefenstahl. Analoghe soluzioni, pur con campi sufficientemente ampi e quasi panoramici, furono adottate da Emanuel Giger circa negli stessi anni, cfr. Audisio, Cavanna 2003, p. 100 passim.

[22] Penso in particolare a certe immagini del torinese Alberto Rossi, di cui Mollino pubblicò un Ritratto di Marlene Dietrich (1949, p.  295) o alle opere di Ettore Santi, di Clavières, datate 1930, perfettamente assimilabili alle foto di scena di Fank.

[23] I rimandi non dovevano però essere a senso unico: si confronti ad esempio  Levico: lago gelato, 1956 (Menapace 1981, p. 121) dei Pedrotti con Gelo astratto, di Angenend,  “Ferrania”,  13 (1959),  n.1, gennaio, p.4.

[24] Immagini dei Fratelli Pedrotti vennero pubblicate anche da Carlo Mollino (1949, p. 365) insieme a due fotografie di Riccardo Moncalvo (Nella tormenta  e Sotto zero, tavv. 362-363, entrambe del 1937, qui datate 1946).

[25] Dal Manifesto del Gruppo “La Bussola”, pubblicato in “Ferrania”, 1947, ora in  Zannier, Weber, 1997.

[26] Zannier 1997, p. 11. Alla luce di questa interpretazione è interessante leggere un’immagine come Finestra a Claut, 1953, di Zannier che offre suggestioni ben lontane dal realismo, e che fa venire alla mente le parole di Minor White: “L’elastica linea tra realtà e fotografia è stata tirata inesorabilmente, ma non è stata spezzata. Queste astrazioni della natura non hanno lasciato il mondo delle apparenze; perché farlo significherebbe spezzare il punto di forza dell’obiettivo, la sua autenticità. (…) Mentre vengono fotografate rocce, il soggetto della sequenza non sono le rocce; mentre sembrano apparire simboli, essi sono indicatori di senso. Il significato appare nello spazio tra le immagini, nel sentimento che suscitano nell’osservatore. (…) Le fotografie possono essere lette senza riserve. L’accidentale è stato messo da parte. La trasformazione della materia originale in realtà fotografica è stata intenzionale; la stampa è stata manipolata per influenzare l’affermazione; ed era stato previsto che appena l’oggetto si fosse rivelato, il Sé dell’osservatore si sarebbe manifestato. Per i dati tecnici, la macchina è stata usata fedelmente.”, (Minor White 1991, pp. 10-12).

[27]  Dal Manifesto del Gruppo “La Bussola”, pubblicato in “Ferrania”, 1947, ora in  Zannier, Weber, 1997.

 

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Italo Zannier, Storia della fotografia italiana. Roma – Bari: Laterza, 1986

 

Zannier 1997

Italo Zannier, Il Gruppo “La Bussola” e la fotografia italiana del dopoguerra, in Forme di Luce 1997, pp. 5-19

 

Zannier 2004

Italo Zannier, “Ferrania” maestra di fotografia, in Colombo 2004, pp.  112-116

 

Zanzi 1925

Emilio Zanzi, La raccolta del 1925, in Luci ed Ombre. Annuario della fotografia artistica italiana, 1925-IV annuale.  Torino: Edizioni del Corriere Fotografico, 1925, pp. XI-XV

 

Zanzi 1927

Emilio Zanzi, Montagne, “Il Corriere Fotografico”, 24 (1927), n. 5, maggio, p.87

 

Tornare a Ranverso (2000)

in Walter Canavesio, a cura di, Jaquerio e le arti del suo tempo.  Torino:  Regione Piemonte – Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, 2000, pp.  111 – 133

 

 

“Jaquerio si conosce andando  a Ranverso”, ricordava Andreina Griseri nel ricostruire le vicende della fortuna critica del pittore[1], poiché proprio in quel luogo si era compiuta la scoperta dell’autografia delle opere mentre se ne forniva per la prima volta la conferma fotografica[2];  esito piuttosto che avvio delle campagne di documentazione della produzione pittorica del tardogotico piemontese, risultato non occasionale di una collaborazione tra studiosi e fotografi che era andata maturando a partire dagli stessi giorni in cui la nuova tecnica di produzione e riproduzione d’immagini aveva fatto la sua sconvolgente comparsa sul finire del quarto decennio dell’Ottocento, quando alle prime entusiastiche previsioni avevano fatto seguito considerazioni più attente e specifiche, che affrontavano  nel merito l’effettiva possibilità (almeno tecnica) di documentare correttamente le opere d’arte ed i dipinti in particolare.

Già il “Messaggere Torinese” del 23 febbraio 1839 aveva individuato uno dei temi che saranno poi cari a molta pubblicistica ottocentesca, ipotizzando che “il dagherrotipo (…) renderà comuni le più belle opere d’arte di cui non si hanno che copie a caro prezzo e infedeli”[3], e ancora nell’ottobre dello stesso anno Felice Romani aveva ricordato dalle pagine della “Gazzetta Piemontese” che “già si pensa a poter  riprodurre gli oggetti non solo colle loro forme e coi loro rilievi, ma eziandio coi loro colori”[4].  Nel novembre successivo però il fisico Macedoni Melloni, presentando alla Regia Accademia delle Scienze di  Napoli la sua Relazione intorno al Dagherrotipo[5], primo esempio italiano di analisi lucida e scientificamente attrezzata del fenomeno, a fronte della speranza espressa da molti di “ottenere sulle lamine dagherriane, se non i vivi e svariati colori che ci presentano la natura e il genio delle arti, almeno le loro traduzioni esatte in chiaroscuro” affermava: “Ci duole l’animo di non poter confermarli in codeste lusinghe (…) No, gli oggetti colorati non possono rappresentarsi esattamente a chiaroscuro sulle lamine del Dagherrotipo (…) Dunque la copia riprodurrà gli effetti di chiaroscuro dell’originale, in quei casi soltanto, ov’essi derivano da una tinta o colorazione, presso a poco, omogenea in ogni  punto del quadro. Stando alle cognizioni sinora acquistate, par certamente improbabilissimo che si giunga ad ottenere la stessa azion chimica dai colori superiori e inferiori dello spettro solare: tuttavia non intendiamo negare con ciò la possibilità d’imitare un giorno coi processi fotografici il chiaroscuro risultante da varie colorazioni riunite in un sol quadro; e fors’anche, gli stessi colori.” La discussione del problema, almeno in Italia  pare per lungo tempo limitarsi ai soli aspetti tecnici, tanto che  le successive messe a punto dei procedimenti all’albumina e al collodio sono considerate progressivamente risolutive e in alcune rassegne dedicate alle sue applicazioni si riconosce che “felicemente oggi la riproduzione della pittura è uno de’ migliori attributi della fotografia”[6], dimostrando non tanto una scarsa conoscenza dei processi fotografici quanto una ormai acquisita insensibilità ai problemi posti dalla trascrizione dell’opera, propria di una cultura che si avvia a dimenticare il significato di traduzione per adottare progressivamente quello di riproduzione e poi di copia, in un  processo di slittamento semantico che corrisponde ad una sostanziale perdita di comprensione critica, certo in parte dovuta alla concezione positivistica del processo fotografico quale generatore di immagini obiettive, per definizione fedeli  e in quanto tali preferibili alle modificazioni introdotte dal lavoro dell’incisore: “Les reproductions de tableaux sont devenues des notes indispensables à ceux qui collectionnent l’oeuvre d’un maître – afferma Philippe Burty nel 1861- elles traduisent mot à mot ce que le burin (…) modifie toujours”[7], mentre alcuni anni più tardi, nel 1876,  Hermann Vogel riconosce ancora il maggior valore, almeno  artistico, dell’incisione di  traduzione, poiché la fotografia è sì in grado di fornire riproduzioni fedeli delle opere d’arte ma “cette reproduction n’est pas aussi artistique que celle donnée par la gravure (…) elle suffit pour faire rapidement connaître partout ce qui est nouveau. La gravure vien ensuite et conserve sa valeur” , per proseguire quindi, in una ingenua commistione di presunta oggettività ed effettiva manipolazione dell’immagine, ricordando che “les négatifs d’apres peinture à l’huile exigent la collaboration du retoucheur chargé de répartir entre les tons photographiques les proportions faussées par l’effet inégal des couleurs. Cette retouche peut être mal faite, si elle est exécutée par une main  inexperimentée. La plus habile est celle de l’artiste qui a peint l’original. Dèjà des peintres connus se sont essayés avec succès à la retouche…”[8]. Sono le stesse difficoltà a cui aveva fatto cenno Paul Liesegang nel 1864: “Trattandosi di quadri ed in particolare di quadri ad olio, s’incontrano spesso gravi difficoltà per ottenere un complesso armonioso”[9], e ancora all’inizio del nuovo secolo Paul N. Hasluck confermava che “i quadri riprodotti con lastre ordinarie vengono da queste talmente falsati, che il risultato merita decisamente la qualifica di pessimo  [ragione per cui] vanno riprodotti con lastre ortocromatiche combinate col filtro.”[10]

Come si è detto, ancora a questa data il problema sembra essere circoscritto alle sole questioni  tecniche; non si pongono esplicitamente questioni di ordine critico, linguistico: ciò a cui si tende è lo statuto della duplicazione perfetta[11] e la migliorata resa dei valori cromatici derivante dall’aggiunta di sensibilizzatori ottici alle emulsioni porta autorevoli studiosi a sottolineare acriticamente l’enorme valore assunto dalla fotografia nello studio della storia dell’arte. Così Adolfo Venturi nella Premessa al Catalogo 1887 della casa editrice fotografica Adolphe Braun riconosce come “inventata la fotografia, la critica fece un gran passo, allora furono resi possibili i riscontri diretti tra l’una e l’altra opera di un autore, e il metodo si fece più corretto, più fino e sicuro. Mentre tutte le discipline umane delle scienze naturali imparavano il rigore del metodo, anche la storia dell’arte si rinnovò in gran parte mercè il suo nuovo strumento di osservazione”[12], dichiarando una aspirazione allo statuto scientifico della nuova disciplina che ritroviamo circa negli stessi anni anche in Bernard Berenson per il quale  “When this continous study of originals is supplemented by isochromatic photographs, such comparision attains almost the accuracy of the physical science”[13], dimostrandosi lontano da alcune isolate, autorevoli posizioni come quella di Heinrich Wölfflin, ma in perfetta sintonia con le preoccupazioni delle maggiori case fotografiche che per adeguarsi ai continui e radicali avanzamenti tecnologici erano portate a rinnovare temi e soggetti già presenti in catalogo.[14]

Ciò che affascina e interessa è insomma la pura, e presunta, capacità tecnologica di duplicazione del reale e proprio su questa si misurano le prime iniziative, anche piemontesi, legate a questo particolare campo di applicazione della fotografia che in Italia a partire dalla metà del XIX secolo poteva ormai contare su imprese fotografiche di sempre maggiore rilevanza, dagli Alinari a Sommer.

Nella nostra regione le prime realizzazioni non sporadiche datano a partire dagli anni ‘60 con l’ampio repertorio di riproduzioni di disegni italiani raccolto  dal biellese Vittorio Besso a partire dal 1868, al quale si deve anche la documentazione di quei “capolavori di pittura e d’architettura che sebbene rari, tuttavia si trovano qua e là sparsi nel nostro circondario”[15] di cui riferisce un articolo della “Gazzetta Biellese” del 1865, ma particolarmente significativa è la comparsa delle prime riproduzioni fotografiche di dipinti comprese nell’Album della Promotrice di Belle Arti di Torino del 1863: sei albumine realizzate da Francesco Maria Chiapella.[16] Nonostante le riserve legate alla meccanicità del procedimento, che ne escludeva l’artisticità,  ed alla non eccellente qualità di stampa di alcuni esemplari, questo “album con magnifiche fotografie” viene considerato una “bella novità” ripresa ancora negli anni successivi, dopo l’interruzione del 1864, affidando l’incarico ad alcuni dei più noti fotografi torinesi quali Luigi Montabone, Alberto Luigi Vialardi, Fotografia Subalpina e Cesare Bernieri, che si era già distinto nel 1866 con un album fotografico dedicato a L’opera pittorica di Massimo d’Azeglio, con presentazione di Federico Sclopis, costituito da venti stampe all’albumina da lastre di grande formato.[17]

La fotografia di opere d’arte quindi muove in Piemonte i suoi primi passi rivolgendosi specialmente al contemporaneo, intesa a sostituire i processi di stampa calcografica e litografica quale mezzo più rapido ed economico, piuttosto che  proporsi o essere utilizzata quale strumento di documentazione e di studio del patrimonio storico artistico[18].  Perché questo percorso si compia debbono giungere a maturazione le riflessioni e le esperienze, i contatti tra cultura artistica e fotografica che prendono forma non tanto col rapporto tra Bernieri e le opere neomedievali di gusto troubadour di Massimo d’Azeglio[19] quanto con Carlo Felice Biscarra ed ancor più con Federico Pastoris che vedeva nella fotografia un efficace strumento ausiliario alla sua aspirazione verista, quella stessa che gli “dava un energico impulso allo studio e all’amore dell’arte antica. I veristi – nelle parole di Alessandro Stella – invece di leggere la storia nel libri, preferivano studiarla sui monumenti; amavano risalire ai sentimenti, alle idee, alla fisionomia delle epoche più importanti per mezzo delle opere d’arte rimaste a documentarne la vita.”[20] Qui, in questo desiderio di verità e di conoscenza diretta, oggettiva che Pastoris condividerà con Alfredo d’Andrade trovano spazio e terreno fertile le prime applicazioni – pur non sistematiche[21] – della fotografia nel processo di scoperta e valorizzazione di quel patrimonio artistico piemontese che ancora alla fine del secolo si giudicava fatto di pitture “molto ingenue e significanti, atte a mostrare il ritardo con cui sorsero in Piemonte le arti alla fine del secolo XV”[22], riproponendo tardivamente quel vecchio  pregiudizio che, nelle parole di Francesco Gamba “da più di un decennio ci stava come un incubo sul cuore, [come] vera ingiustizia verso la patria nostra”[23] e la cui infondatezza era stata tradotta in evidenza espositiva dalla realizzazione del Borgo Medievale nel 1884, con “una ricchezza e una varietà che i sussidi grafici e fotografici non avevano ancora potuto dare e in cui erano compresi i più illustri esempi della pittura e della scultura tardomedievale piemontese, che non erano stati oggetto, ancorché di riproduzione, nemmeno di studio.”[24] Intorno  e ancor di più in conseguenza di  questa realizzazione[25] operarono sia fotografi professionisti come Vittorio Ecclesia, che lavora tra l’altro a Fenis senza però dedicare agli affreschi del castello quella attenzione minuziosa con cui leggerà nello stesso periodo i cicli di Issogne, sia giovani studiosi interessati ad una utilizzazione diretta dello strumento fotografico (non senza tentazioni artistiche) come Carlo Nigra[26], che sarà per lungo tempo collaboratore di D’Andrade, al quale si devono serie di immagini  inserite in un articolato processo di indagine, che indicano come l’attenzione dello studioso fosse rivolta alla comprensione sostanziale dell’opera piuttosto che alla sua perfetta restituzione tecnica, in questo dimostrando di aver fatta propria la posizione espressa da John Ruskin nella prefazione alla seconda edizione (1880) di The Seven Lamps of Architecture in cui, invitando gli amatori fotografi a documentare intensivamente il patrimonio artistico e architettonico, li sollecitava a non avere “il minimo riguardo per le eventuali distorsioni delle linee verticali; queste distorsioni risultano sempre accettabili se si riesce comunque ad ottenere una esatta restituzione dei dettagli.”[27]

Esemplari in questo senso sono le fotografie realizzate da Nigra in San Bernardino a Lusernetta nel 1885 e quelle fatte nella primavera del 1887 nella chiesa di San Pietro ad Avigliana, a Ranverso e verosimilmente anche in San Pietro a Pianezza[28], qualitativamente non eccelse e con scarsa attenzione per una illuminazione ottimale degli affreschi, poco più che appunti visivi su cui condurre successivamente gli studi, mentre le immagini realizzate nei decenni successivi, almeno fino agli anni Trenta, dimostrano un più maturo controllo della strumentazione ed il ricorso sapiente a lastre di maggiore formato.

Anche per Nigra, come già era stato per il “verista” Pastoris interpretato da Stella ma seguendo forse un percorso inverso,  “la conoscenza della storia dei monumenti antichi contribuisce ad aumentare la suggestione che ne emana ed a completare il godimento del loro valore estetico, facendo nello stesso tempo meglio comprendere lo spirito dei tempi”[29] e l’inevitabile oggettività fotografica diviene strumento insostituibile di questo progetto culturale.

Accanto a Nigra e, in misura minore,  ad Ottavio Germano[30] la figura più rilevante è però quella di Secondo Pia[31], certo il più noto e celebrato degli amatori fotografi piemontesi impegnati nella documentazione del patrimonio culturale della regione. La cronologia delle sue campagne è relativamente ben nota, ma certo l’attuale campagna di catalogazione condotta sul Fondo donato dal figlio Giuseppe al Museo Nazionale del Cinema consentirà in futuro di definirne meglio l’operato e forse anche di correggere la datazione di alcune riprese, in alcuni casi  stabilita da Pia molti anni dopo la loro realizzazione. Ciò che qui però interessa sottolineare è come il suo percorso di indagine percorra inizialmente le stesse canoniche tappe seguite da Nigra circa gli stessi anni: da Avigliana (1886)  a Ranverso (1887)  a Pianezza (1889) per compiere prima dello scadere del secolo una ricognizione esaustiva dei cicli pittorici del Quattrocento piemontese e in parte aostano: Issogne, Marentino, Manta, Fenis,  Villafranca Piemonte, Forno di Lemie, Roletto, Bastia, Chieri, Piobesi e Piossasco, in una ricerca sostanzialmente isolata, certo condotta a partire da indicazioni di numerosi e diversamente qualificati informatori, ma spesso in anticipo sui tempi della ricerca storico artistica, tenendosi a volte a ridosso  dei primi interventi di restauro[32]. Questo suo impegno viene giustamente celebrato specialmente in ambito torinese già a partire, quando espone circa 600 fotografie e Giovanni Cena gli dedica un lusinghiero articolo sulle pagine del giornale dell’Esposizione ricordando come iniziasse “le sue escursioni nei dintorni di Asti e di Torino spingendosi sempre più lontano, accumulando notizie nelle biblioteche, dagli studiosi e dagli artisti, notando, visitando, ricercando. (…) Il medioevo e il cinquecento piemontese non fu finora ricostruito che a scomparti. Ed ecco: qui rivive intero. (…) Che prezioso materiale per chi si assumesse un giorno il compito di illustrare l’arte antica in Piemonte! Speriamo che qualche studioso di studi storici e artistici della nostra regione si lasci presto tentare efficacemente.”[33]

Cena conferma ciò che  il catalogo della mostra ed ancor più le pagine del giornale dell’Esposizione dimostrano: quanto ridotto fosse ancora l’interesse per la pittura quattrocentesca piemontese nonostante una prima disponibilità di segnalazioni e studi specifici, prevalentemente dedicati a Ranverso (da Gamba e Brayda a Cena stesso) ma anche al Pinerolese (E. Bertea) ed a San Giovanni ai Campi di Piobesi, studiato da Nigra in occasione della Esposizione torinese del 1890.[34]

Questa scarsa considerazione della pittura tardogotica piemontese emerge dalla stessa regia con cui Pia impagina le immagini di Ranverso nei due album dedicati rispettivamente “A S.M. la Regina Madre Margherita di Savoia” (1907) ed “A Sua Maestà Vittorio Emanuele III Re d’Italia principe d’Asti” (post 1920)[35]; sia nel primo che – specialmente – nel secondo gli affreschi jaqueriani sono collocati buoni ultimi nella sequenza di presentazione, dopo i particolari scultorei e gli stessi arredi, dopo la minuziosa documentazione e ricomposizione fotografica del polittico di Defendente Ferrari.

Ad ulteriore conferma di questa condizione di ridotta visibilità e rilevanza monumentale ricordiamo che neppure gli operatori degli Alinari, in Piemonte e Valle d’Aosta tra luglio e ottobre del 1898 comprenderanno nella loro campagna di documentazione luoghi come Ranverso o la Manta[36]; solo gli affreschi del castello entreranno a far parte del loro repertorio a partire dal catalogo del 1925 [37], mentre gli operatori dell’Istituto di Arti Grafiche di Bergamo pare siano a  Ranverso e in San Sebastiano a  Pecetto prima del 1907 ma forse, più correttamente, entro il 1911[38].

Nel 1914 infine giunge a compimento sotto la direzione di Cesare Bertea la pluridecennale vicenda dei restauri di Ranverso, i cui  importanti esiti sono immediatamente resi noti dalla pubblicazione negli “Atti della Società di Archeologia e belle Arti per la provincia di Torino” , corredando il testo con una serie di tavole fotografiche, dovute a Giancarlo dall’Armi[39], che nell’urgenza della scoperta mostrano il cantiere di restauro ancora non ultimato e rivelano finalmente la firma di Jaquerio. Questa impresa risulta importante non solo in sé ma anche quale momento significativo di una collaborazione precisa e fruttuosa tra studiosi, organismi di tutela e fotografi particolarmente sensibili alla conoscenza e divulgazione del patrimonio artistico e architettonico, collaborazione già per certi versi anticipata dal rapporto tra Riccardo Brayda e Mario Gabinio, ma che assumerà negli anni successivi forme più precisamente connotate: dalle cartelle dedicate dallo stesso Dall’Armi al Barocco  Piemontese, con testi di Cimbro Gelati, Carlo Camerano, Emanuele Provana di Collegno, Melchior Pulciano e Paolo R. Deville[40], alla collaborazione un poco più tarda di Augusto Pedrini con  Augusto Telluccini, Mario Ceradini, Giuseppe Maria Pugno e Marziano Bernardi.[41]

La scoperta degli affreschi sollecita altri autori a tornare a Ranverso: Secondo Pia, che fotografa le pareti del presbiterio nel 1920,  e Mario Gabinio[42], che vi ritorna molti anni dopo le prime visite compiute con l’Unione Escursionisti per realizzare  una ventina di immagini che comprendono anche le nuove scoperte, e costituiscono, insieme a quelle di Santa Maria di Vezzolano, le sole testimonianze dell’interesse di questo autore per la storia della pittura piemontese.

Nei due decenni successivi, anche sulla scia di una bibliografia più generosa e attenta che consente ad alcune opere piemontesi di raggiungere una prima notorietà anche al di fuori degli ambiti specialistici o locali[43], le campagne fotografiche si estendono sia per iniziativa dei grandi studi nazionali (Alinari, Istituto Italiano di Arti Grafiche) sia di committenti istituzionali come le Soprintendenze e l’Ordine Mauriziano, che fa rifotografare Ranverso nel 1929, sia infine per un’importante istituzione internazionale quale la Frick Reference Library di New York, che affida a Mario Sansoni, uno dei più importanti e noti professionisti italiani del settore, l’incarico di documentare le testimonianze artistiche europee. La campagna piemontese, condotta negli anni 1934-1935 in compagnia di Helen Frick, risulta estremamente approfondita e dettagliata, singolarmente attenta anche agli episodi allora meno noti e studiati,  in questo confrontabile solo col precedente di Pia, verosimilmente condotta a partire da informazioni che presuppongono non solo la conoscenza della letteratura specifica.[44]  La documentazione, anche qui, è condotta in modo esemplare e rigoroso, con riproduzioni  che prediligono l’insieme dell’opera senza mai isolare il motivo né tanto più tentare trasposizioni personalizzate, alla ricerca di temi o elementi coi quali ottenere una restituzione narrativa dell’opera, letteraria o critica che fosse, in ciò mostrando non tanto di rifarsi ad un approccio ancora sostanzialmente ottocentesco, in debito coi  modi rappresentativi delle stampe di traduzione[45], quanto di aderire compiutamente al ruolo richiesto dal progetto della committenza, quello di raccogliere una documentazione precisa ed esaustiva, utile strumento e supporto per il conseguente lavoro degli storici.

Nei luoghi visitati da Sansoni si muovono circa negli stessi anni giovani studiosi torinesi come Umberto Chierici (affreschi nella cappella del  castello della Manta, 1937ca)  e specialmente Augusto Cavallari Murat, che in preparazione del suo intervento al Congresso storico di Asti del 1933 fotografa gli affreschi in San Giovanni ai Campi, a Ranverso e in San Pietro a Pianezza[46], preludio della collaborazione al grande progetto storiografico ed espositivo che Vittorio Viale metterà a punto nel 1939 con la mostra dedicata a Gotico e Rinascimento in Piemonte, realizzazione “che costituisce, ancora oggi, un riferimento insostituibile per ogni storico dell’arte piemontese”[47]. Qui, nello scenografico riallestimento delle sale  vengono riproposti, in ingrandimenti fotografici realizzati da Riccardo Scoffone, “Re David, una delle sei figure che ancora ornano la parete sinistra del presbiterio [mentre] su uno stesso piano è un’altra pittura della parete di fronte, là dove sotto le storie di S. Antonio, ora purtroppo molto svanite, il Jaquerio con una stupefacente realismo ha dipinto due contadini che recano al Santo l’offerta del simbolico animale.”[48]

La fotografia ha ormai raggiunto lo statuto di consapevole strumento di conoscenza e di salvaguardia del patrimonio artistico ed architettonico, costituendo a volte purtroppo anche l’ultima consolazione di fronte alle irreparabili perdite: nel 1931 viene istituita la Fototeca Municipale  di Torino mentre Viale, dal 1930 direttore del Museo Civico, predispone un primo nucleo di archivio fotografico che si propone di trasformare in Archivio fotografico dei monumenti e degli oggetti d’arte del Piemonte[49].  A partire da questa data la raccolta organica di documentazione d’arte non spetta più solamente all’iniziativa di singoli studiosi come Lorenzo Rovere, ma diviene istituzionalizzata coinvolgendo e formando intere generazioni di fotografi piemontesi, torinesi in particolare.

Ciò che resta invece ancora oggi parzialmente inadeguata è la nostra capacità di guardare a queste immagini come documenti complessi e non come pure tracce del referente, mettendo da parte ogni superficiale pretesa di oggettività della riproduzione per riconoscerne fruttuosamente lo statuto di traduzione quando non di trascrizione delle opere.

 

Note

[1]Andreina Griseri, Ritorno a Jaquerio, in Giacomo Jaquerio e il gotico internazionale, catalogo della mostra (Torino, Palazzo  Madama, aprile – giugno 1979), a cura di Enrico Castelnuovo, Giovanni Romano.. Torino:  Città di Torino, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Piemonte, 1979, pp.3-29.

Per aver contribuito con suggerimenti e precisazioni alla realizzazione di questa ricerca, che si propone quale prima occasione di ricognizione di un tema vasto e complesso, desidero qui ringraziare Giovanni Romano e  Virginia Bertone;  per la consueta disponibilità dimostrata nel favorire l’accesso alle fonti fotografiche ringrazio inoltre Rosanna Roccia e Annamaria Stratta, Archivio Storico del Comune di Torino; Daniele Jalla, Nunzia Mangano e Adriana Viglino, Musei Civici di Torino; Donata Pesenti e Cristina Monti, Museo Nazionale del Cinema di Torino; Lino Malara e Paola Salerno, Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte; Elena Ragusa, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Piemonte.

[2]Cesare Bertea , Gli affreschi di Giacomo Jaquerio nella chiesa dell’abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, “Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Torino”, 8 (1914), fasc. 3, pp.194-207, estratto, con fotografie di Giancarlo dall’Armi poi ripubblicate per la prima volta nel 1979 da Enrico Castelnuovo, Giacomo Jaquerio e l’arte nel ducato di Amedeo VIII, in Giacomo Jaquerio e il gotico internazionale, op.cit. pp. 30-57 (pp.35-41)  e quindi in parte riprese da Guido Curto, S. Antonio di Ranverso presso Buttigliera Alta: i restauri degli affreschi, in Alfredo D’Andrade: Tutela e restauro, catalogo della mostra (Torino, Palazzo Reale – Palazzo Madama, 27 giugno-27 settembre 1981) a cura di Daniela Biancolini Fea, Maria Grazia Cerri, Liliana Pittarello. Firenze: Vallecchi, 1981, pp.284-294.

[3] Questo articolo venne segnalato per la prima volta da Maria Adriana Prolo, Alcune notizie sulla dagherrotipia a Torino, in Fotografi del Piemonte 1852-1899: Duecento stampe originali di paesaggio e di veduta urbana, catalogo della mostra (Torino, Palazzo Madama, giugno-luglio 1977) a cura di Giorgio Avigdor, Claudia Cassio, Rosanna Maggio Serra. Torino: Città di Torino – Assessorato per la Cultura – Musei Civici, 1977, pp.13-16, ed è stato poi ampiamente ripreso in numerosi studi relativi alle origini della fotografia in Italia. Il richiamo alla “fedeltà” della riproduzione fotografica rimanda al dibattito, ancora vivo e fecondo in quegli anni, relativo alla distinzione tra traduzione e copia, cfr. Ettore Spalletti, La documentazione figurativa dell’opera d’arte, la critica e l’editoria nell’epoca moderna (1750-1930). In Giovanni Previtali, a cura di, L’artista e il pubblico, “Storia dell’arte italiana”, I. 2.Torino: Einaudi, 1979, pp. 415-484.

[4] Felice Romani, Fotografia. Primo Daguerrotipo in Torino, “Gazzetta Piemontese”,  42 (1839), n.234, 12 ottobre, ora in Paolo Costantini, Italo Zannier, Cultura fotografica in Italia: Antologia di testi sulla fotografia 1839-1949. Milano: Franco Angeli, 1985, , pp.69-71.

[5] Ora in Carlo Bertelli, Giulio Bollati, L’immagine fotografica 1845-1945, “Storia d’Italia: Annali” 2, 2 voll. Torino: Einaudi, 1979, pp.212-232. Per la fortuna editoriale del testo di Melloni cfr. Costantini,  Zannier, op.cit., p.88 nota 2; nello stesso volume, al quale si rimanda anche per una buona antologia di testi relativi alle prime applicazioni della fotografia,  è compresa (pp.96-109) anche la trascrizione della successiva, analitica relazione di Melloni dedicata alle Esperienze sull’azione chimica dello spettro solare e loro conseguenze.

[6] Luigi  Corvaja,  La fotografia e le sue applicazioni, I, “Panorama Universale”, 30 giugno 1855, p.107, citato in Claudia Cassio, Fotografi ritrattisti nel Piemonte dell’800. Aosta: Musumeci Editore, 1980,  p.51.

[7] Philippe  Burty, La photographie en 1861,  “Gazette des Beaux-Arts”, 9 (1861), pp.241-249.

[8] Hermann Vogel, La photographie et la chimie de la lumière. Paris: Librairie Germer Baillière, 1876, pp.217-218. Ricordiamo che Vogel, docente di chimica fotografica alla Technische Hochschule di Berlino, fu il primo maestro di Stieglitz, dal 1883 al 1887, cfr. William Innes Homer, Alfred Stieglitz and the American Avant-Garde. Boston: New York Graphic Society, 1977, pp.11-13.

[9]Paul Liesegang, Manuale illustrato di fotografia; prima traduzione italiana per Antonio Mascazzini. Torino: Unione Tipografico-Editrice, 1864, p.225.

[10]Paul N. Hasluck, La fotografia; prima traduzione italiana a cura di Giulio Sacco. Torino: Unione Tipografico-Editrice, 1905, p.518. Anche altri autori, dopo aver ricordato che “i risultati che possono dare le lastre ordinarie sono addirittura pessimi” confermavano che “i veri amatori d’arte preferiscono una buona incisione ad una riproduzione fotografica (…) ricorrendo invece a lastre ortocromatiche (…) la fotografia si eleva  al di sopra di qualsiasi altro genere di riproduzione”, Carlo Bonacini, La fotografia ortocromatica, Milano, Hoepli, 1896,  p.237-238, ma tutto il paragrafo dedicato alla Riproduzione delle pitture, pp.237-247, costituisce una interessantissima documentazione delle ragioni tecnologiche di un lavoro di riproduzione che voglia restituire “non soltanto una traccia qualunque del disegno (…) ma il carattere artistico della composizione”.

Nonostante gli avanzamenti costituiti dall’uso delle lastre ortocromatiche la manualistica consigliava ancora di procedere ad una “pulitura” preliminare del dipinto mediante spugnature con una emulsione a base di bianco d’uovo sbattuto, acqua e glicerina, cfr. E. J., Reproduction des tableaux,  “Photo-Gazette”, 11 (1901), n.7, 25 maggio, pp.138-139.

[11]Le preoccupazioni di correttezza nella resa proporzionale dei volumi o della cromia evidenziate da Jakob Burckardt  e Hans Tietze (cfr. Wolfgang M. Freitag, Early Uses of Photography in the History of Art, “Art Journal”, 39 (1979/80), n. 2,  winter, pp.117-123, in particolare alla p.122) erano sostanzialmente estranee al dibattito italiano. Per quanto sinora noto Pietro Masoero è il solo fotografo a riflettere in questi anni su alcuni  problemi di lettura fotografica delle opere d’arte; si veda ad esempio l’articolo dedicato a La dilatazione dei supporti positivi, “Bullettino della Società Fotografica Italiana”, 11 (1899), pp.74-78 e le osservazioni fatte a proposito della “Madonna col Bambino”   dell’Ospedale di Vercelli, che Masoero attribuisce a Cesare Lanino: “Fu, questa tavola, anche molto ritoccata e la fotografia, nel riprodurla svelò tutta la parte più recente della pittura, che non era ben visibile all’occhio umano.”, Pietro Masoero, La Scuola Pittorica Vercellese 1460-1586, manoscritto, p.74. Per la sua attività di studioso e divulgatore rimando a P. Cavanna, Pietro Masoero: la documentazione della scuola pittorica vercellese, in Bernardino Lanino, catalogo della mostra (Vercelli, Museo Borgogna, aprile – luglio 1985), a cura di Paola Astrua, Giovanni Romano. Milano: Electa, 1985, pp. 150-154.

[12] Citato in Spalletti, op.cit., p.471. Lo stesso Venturi molti anni dopo definirà la fotografia come “il migliore mezzo di riproduzione che distrugge la ragione d’essere della incisione e della calcografia.”, cfr. Anton Giulio Bragaglia, L’arte nella fotografia:  interviste a Ernesto Biondi, Adolfo Venturi, Aristide Sartorio, Gustavo Bonaventura, “La Fotografia Artistica”, 9 (1912), n.2, febbraio, pp.17-19 (p.18).

[13]Da un appunto datato 14 ottobre 1893, citato in Freitag, op.cit., p.119. Più accorte e consapevoli saranno le considerazioni fatte da Berenson cinquant’anni più tardi: “Per cominciare dobbiamo scartare l’idea che la fotografia riproduca un oggetto come è, quale essenza oggettiva di alcunché. Una tal cosa non esiste. All’«uomo medio» non è stato mai detto che il suo modo di vedere ha una lunga storia alle spalle, utilitaria, pratica, perfino cannibalesca (…)  Facendo debita attenzione all’illuminazione, e collocando la macchina a un determinato angolo con l’oggetto, voi potete, entro certi limiti, farle riprodurre l’aspetto di quell’oggetto che risponde al vostro fine momentaneo, senza dubbio rispettabile ma con una buona dose di  parzialità, (…) Il compito di fotografare un dipinto è pressoché insormontabile dov’è questione di conservare i valori, i rapporti e i passaggi di colore. Per altro verso è più facile, molto più facile che per gli oggetti a tutto tondo o in altorilievo.(…) L’esperienza mi spingerebbe a dire: più sono scadenti i dipinti, e migliore è la fotografia.”, Bernard Berenson, La fotografia, in Id., Estetica, etica e storia nelle arti della rappresentazione visiva. Firenze:  Electa, 1948, pp.327-338.

[14]Carlo Brogi, Circa la proposta di colpire con una tassa le riproduzioni fotografiche dei monumenti nazionali, “Bullettino della Società Fotografica Italiana”, 4 (1892), pp.101-103. Lo stesso Brogi  molti anni più tardi  ribadiva che “le fotografie hanno giovato immensamente allo studio della Storia dell’Arte (…) ed hanno servito a divulgare (…) l’esistenza spesso ignorata di tanti patrii tesori.”, Carlo Brogi, A proposito del divieto fatto ai fotografi di trarre riproduzioni nei Musei e nelle Gallerie dello Stato; prefazione di Giovanni Rosadi. Firenze: Tip. E. Ariani, 1904, p.10.

[15] P. Cavanna, Un territorio fotografico: tracce per una storia della fotografia di documentazione del Biellese. In Antichità ed arte nel Biellese, atti del convegno (Biella, 14-15 ottobre 1989) a cura di Cinzia Ottino, “Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti”, N.S., 44 (1990 -1991), monografico, pp. 199-216 (p.203).

[16]Cfr. Dario Reteuna, Fotografia e Belle Arti alla Promotrice di Torino,  “Fotologia”, 8 (1991), vol.13, primavera/estate, pp.30-39. I testi a corredo degli album costituiscono anche una interessante testimonianza del dibattito piemontese intorno alla questione del valore artistico della fotografia e delle sue relazioni con la pittura; si vedano in particolare i contributi di Carlo Felice Biscarra (1860) e di Federico  Pastoris (1862).

[17]ibidem, p.36. Ricordiamo qui che si deve a Bernieri anche l’importante lavoro di documentazione del cantiere del Canale Cavour, cfr. P.Cavanna, Culture photographique et societé en Piemont: 1839-1998, in Photographie, ethnograhie, histoire, “Le Monde Alpin et Rhodanien”, 23 (1995), n. 2/4, monografico 1995, pp.145-160.

[18]è noto che la documentazione urbana e di architettura anticipa, per molteplici ragioni, non solo tecniche, quella relativa alla pittura; cfr. Marina Miraglia, Culture fotografiche e società a Torino 1839-1911. Torino: Umberto Allemandi & C., 1990; P. Cavanna, 1890-1902. Documentazione, catalogazione, fotografia artistica in Piemonte, in “Bollettino d’Informazioni” del Centro di ricerche informatiche per i Beni Culturali della Scuola Normale Superiore di Pisa, Quaderno VIII,  Pisa: Scuola Normale Superiore, 1998, 49-55.

[19] Quando Massimo d’Azeglio disegna San Giorgio e il drago da Fenis, nel 1825 non è interessato tanto ad una “lettura puntuale del testo (…) quanto a trarne uno spunto per una illustrazione di gusto troubadour”, Franca Dalmasso, Massimo d’Azeglio, 1825. San Giorgio e il drago (da Fenis), in Giacomo Jaquerio, op.cit., p. 327.

[20]Antonio Stella, Pittura e scultura in Piemonte 1842-1891. Torino: Paravia e C.,  1893, p.337, citato da Rosanna Maggio Serra, Ricognizioni ottocentesche sui cicli ad affresco del primo Quattrocento piemontese, in Giacomo Jaquerio, op. cit., pp.325-326, da leggersi parallelamente a Id., Uomini e fatti della cultura piemontese nel secondo Ottocento intorno al Borgo Medievale del Valentino, in Alfredo d’Andrade, op.cit., pp.19-43.

[21] P. Cavanna, La documentazione fotografica dell’architettura, in Alfredo d’Andrade, op. cit., pp.107-125.

[22]Antonio Taramelli, La mostra d’arte sacra antica, in “1898 Arte Sacra”, n.14, pp.106-110 (p.107); n.22, pp.171-175; n.23, pp.177-179. Del permanere di questo “radicato sospetto del ritardo pedemontano [che] frena anche i più battaglieri” ha parlato ancora in anni recenti Giovanni Romano, Momenti del Quattrocento chierese, in Michela  di  Macco, Giovanni Romano, a cura di, Arte del Quattrocento a Chieri. Torino: Umberto Allemandi & C., 1988, pp.11-32 (p.23).

[23]Francesco Gamba, L’arte antica in Piemonte, 1880,  citato in Maggio Serra, Uomini e fatti, op.cit., p.29.

[24] Ivi, p.36.

[25]Si vedano a questo proposito i diversi saggi contenuti in  Fotografi del Piemonte, op.cit.; Alfredo d’Andrade, op.cit.

[26]Sul valore e le caratteristiche del lavoro fotografico di Carlo Nigra (1856-1942) aveva per prima richiamato l’attenzione Rosanna Maggio Serra, La fotografia nel Fondo d’Andrade del Museo Civico, in Fotografi del Piemonteop. cit.,  pp.17-20.

Una prima schedatura del Fondo Nigra conservato presso i Musei Civici di Torino è stata condotta   per la redazione delle due tesi di laurea dedicate a Ingegneri, architetti, restauratori in Piemonte fra il 1915 e il 1940: Carlo Nigra, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, relatore Mariella Vinardi, correlatore Rosanna Maggio Serra, redatte da Cristina Ghione, a.a. 1993-1994 e Simona Paggetti, a.a. 1994-1995. Oltre al Fondo Nigra i Musei Civici conservano anche 249 stampe di questo autore comprese nel Fondo D’Andrade,  qualche centinaio di negativi su lastra compresi nell’archivio corrente della Fototeca e alcune stampe sciolte nel Fondo Rovere. Altre fotografie (negativi e positivi) fanno parte dell’Archivio Fotografico della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte mentre le immagini di argomento familiare sono conservate presso la Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Torino, a cui pervennero per lascito testamentario nel 1984. Per il ruolo svolto da Nigra nel mantenere in area piemontese un rapporto fecondo con la tradizione della “scuola storica”, cfr. Giovanni Romano, Presentazione, in Id., a cura di, Gotico in Piemonte.  Torino: Cassa di Risparmio di Torino, 1992, p.11.

Il riferimento metodologico costituito da Toesca  è stato analizzato da Giovanni Romano, Pietro Toesca a Torino,  “Ricerche di Storia dell’arte”, 21 (1996), n.59, pp.5-19 ora in Id., Storie dell’arte. Toesca, Longhi, Wittkower, Previtali. Roma: Donzelli Editore, 1998, pp. 1-21.

[27] La prima edizione di The Seven Lamps venne pubblicata a Londra presso Smith & Elder nel 1849. La prefazione alla seconda edizione, da cui  è tratta la citazione, è stata discussa da Paolo Costantini, Ruskin e il dagherrotipo, in P.Costantini, Italo Zannier, I dagherrotipi della collezione Ruskin. Venezia: Arsenale Editrice,  1986, pp.9-20.

[28] Musei Civici di Torino, Fondo D’Andrade, rispettivamente F43-45; F55-62; F.71-78. Le immagini relative a Pianezza non sono datate ma le modalità di realizzazione fanno supporre una cronologia di realizzazione corrispondente agli altri soggetti.

[29] Carlo Nigra, Torri, castelli e case forti del Piemonte dal 1000 al secolo XVI, I, Il Novarese. Novara: E. Cattaneo, 1937, p.5.

[30] Su Ottavio Germano, che dopo Torino e Genova si trasferirà a Bologna, si vedano le prime segnalazioni di R. Maggio Serra, La fotografia nel Fondo d’Andrade, op. cit. ed inoltre Claudia Cassio, ad vocem, in Miraglia, Culture fotografiche, op. cit., p.386;  P. Cavanna, Per un repertorio delle immagini di Vezzolano, in Paola  Salerno, a cura di, Santa Maria di Vezzolano. Il pontile. Ricerche e restauri. Torino:  Umberto Allemandi & C., 1997, pp.68-77 (p.77, n.23);   Giuseppina Benassati, Angela Tromellini, a cura di, Fotografia & fotografi a Bologna 1839-1900. Bologna: Grafis Edizioni, 1992. Sulla attività fotografica legata alle prime attività di tutela piemontese molto resta ancora da conoscere ma va segnalata almeno la presenza a Palazzo Madama di un vero e proprio laboratorio di sviluppo e stampa gestito da Germano e Nigra, come si ricava da una lettera datata 3 gennaio 1892: “Favorisco farmi sapere se prima di tornare a Sartirana puoi venire a Palazzo Madama a sviluppare le rimanenti lastre già impressionate e fare altre stampe.”, citato in Ghione, op.cit., p.87.

Sulle necessità di definire compiutamente i compiti e le metodologie operative dei gabinetti fotografici degli Uffici regionali si esprimerà Pietro Toesca, L’Ufficio fotografico del Ministero della pubblica istruzione,  “L’Arte”, 7 (1904), pp.80-82, inserendosi in un dibattito più ampio, anche internazionale,  a proposito della necessità di attuare raccolte sistematiche di documentazione fotografica, i cosiddetti Musei Documentari; cfr. Paolo  Costantini, La Fotografia Artistica 1904-1917. Torino: Bollati Boringhieri, 1990, in  particolare alle pp.58-72;  P.Cavanna, Per l’archivio fotografico e audiovisivo, “L’impegno”, 11 (1991), n.3, dicembre, pp.41-48.

La particolare attenzione di Toesca per le possibilità consentite dalla documentazione fotografica, già espressa in una lettera a Secondo Pia del 1907 (cfr. Luciano Tamburini, Michele Falzone del Barbarò, Il Piemonte fotografato da Secondo Pia.  Torino: Daniela Piazza Editore, 1981, p.31) lo porterà nel secondo dopoguerra a curare i volumi della collana “Artis Monumenta photographice edita”, della quale usciranno i titoli dedicati a San Pietro al Monte a Civate  ed alla Cappella di San Silvestro in Santa Croce a Firenze mentre rimarrà inedito il terzo, sulla Basilica Superiore di Assisi, tutti con fotografie di Mario Sansoni e Carlo Bencini, cfr. Carlo Bertelli, La fedeltà incostante, in Carlo Bertelli, Giulio Bollati, L’immagine fotografica 1845-1945, “Storia d’Italia: Annali” 2, 2 voll. Torino: Einaudi, 1979, pp. 57-198 (pp.158-159); Paola Callegari et alii, La Fototeca Nazionale. Roma:  Ministero per i Beni Culturali, ICCD, 1984.

[31]Oltre al testo indicato alla nota precedente si vedano: Secondo Pia: Fotografie 1886-1927, catalogo della mostra (Torino, Museo Nazionale del Cinema, 19 ottobre-19 novembre 1989) a cura di Amanzio Borio, Michele Falzone del Barbarò. Torino: Allemandi & C., 1989; P. Cavanna, Per un repertorio delle immagini di Vezzolano, op. cit.; L’immagine rivelata: 1898: Secondo Pia fotografa la Sindone, catalogo della mostra (Torino, Archivio di Stato, 21 aprile-20 giugno 1998) a cura di Gian Maria Zaccone. Torino: Centro Studi Piemontesi, 1998; Secondo Pia fotografo della Sindone, pioniere itinerante della fotografia: Immagini, di Asti e dell’Astigiano, catalogo della mostra (Asti, Archivio Storico, Palazzo Mazzola, 20 maggio-30 settembre 1998) a cura di Gemma Boschiero. Asti: Archivio Storico del Comune di Asti, 1998.

[32]Si vedano le due riprese, datate 1902, con “dettagli di affreschi recentemente scoperti”  relativi rispettivamente a San Eutropio e San Dionigi dalla terza cappella a sinistra di Ranverso, conservate nel Fondo Pia del Museo Nazionale del Cinema, F30992, F3099; cfr. anche Giovanni Romano, Storie della vita della Vergine. Buttigliera Alta, Sant’Antonio di Ranverso. Giacomo Jaquerio, 1402-1410?, in Giacomo Jaquerio, op.cit., pp.393-397.

[33]Giovanni Cena, Piemonte antico, in “1898 Arte Sacra”, n.34, pp.239-240. Ancora oggi la figura di Pia è ricordata nelle poche storie della fotografia italiana solo in virtù della sua notorietà quale primo fotografo della Sindone e Presidente della Società Fotografica Subalpina (1908-1923).

[34]Carlo Nigra, La chiesa di S.Giovanni di Piobesi, “Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti”, 11 (1927), n.3-4, consultato in estratto. La redazione del saggio nasceva da una prima visita condotta nel 1889, quando ancora “l’abside era completamente coperto da un sottile intonaco bianco rosato sotto del quale potei intravedere tracce di dipinti”, p.7. Alcune delle riprese effettuate da Nigra nel 1889-1890, ma in una stampa più tarda (1927?), sono conservate nel Fondo Rovere dei Musei Civici di Torino (Scatola 20).

[35]Secondo Pia, Ricordi fotografici di insigni monumenti del Piemonte, 1907; Id., Riproduzioni di antichi monumenti nel Piemonte d’Arte Lombarda e Gotica, 1920ca; I due album, conservati alla Biblioteca Reale di Torino, comprendono rispettivamente 32 e 73 stampe all’albumina di diverso formato e datazione, così distribuite: 1907, Sant’Antonio di Ranverso (1-11); Santa Maria di Vezzolano (12-32).  Vezzolano (1-36); Ranverso (37-73).

L’attività pur eccezionale di Secondo Pia va collocata nel ricco contesto di autori piemontesi , solo di rado professionisti,  particolarmente attenti all’utilizzo della fotografia quale strumento di conoscenza e di divulgazione del patrimonio artistico locale; ricordiamo qui almeno i nomi di Pietro Boeri e Pietro Masoero, di Francesco Negri e di Alberto Durio (entrambi in relazione con Samuel Butler), di alcuni religiosi come F. Origlia, A. Rastelli e G. Valle, tutti legati a Negri, Edoardo Barraja, Eugenio Olivero, Alessandro Roccavilla ed ancora Mario Gabinio, Giancarlo dall’Armi ed Augusto Pedrini, per i quali ultimi la documentazione d’arte assumeva modi e impegni che esulavano dalla pura pratica professionale. 

[36]A far comprendere questi soggetti nel catalogo Alinari non era evidentemente servita la notorietà derivante dalla loro riproposizione al Borgo Medievale, né le successive attenzioni critiche, cfr. Elena Ragusa, Fortuna degli affreschi della Manta, in Giovanni Romano, a cura di, La sala baronale del castello della Manta. Milano:  Olivetti, 1992, pp.73-80.

[37]Per le campagne Alinari del 1898 cfr. Mario Sansoni: Diario di un fotografo,  “AFT”, 3 (1987), n.5, giugno, pp.50-51; [F.lli Alinari], Piemonte. Catalogo delle fotografie di opere d’arte e vedute. Firenze: Alinari, s.d. [1925].

[38]Si vedano alcune delle stampe relative a Ranverso conservate nell’Archivio Fotografico della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte che riportano appunto una datazione (tarda però) “prima del 1907”  e le due stampe all’albumina relative a San Sebastiano (una vela di volta e la Crocifissione) comprese nel Fondo Rovere dei Musei Civici di Torino (Scatola 22) , non datate ma tecnicamente attribuibili al più tardi ai primi anni del Novecento. In realtà la ripresa n.7441 “1792 Facciata dell’antico Ospedale dell’Abbazia” mostra l’edificio addossato alla facciata dell’Ospedale in uno stato certamente successivo al marzo 1907, data dell’ingiunzione ministeriale all’abbattimento della porzione di parete inglobante il pinnacolo di sinistra. (Daniela Brusaschetto, Silvia Savarro,  Cesare Bertea (1866-1941): note sul restauro in Piemonte nei primi decenni del Novecento. Tesi di laurea, Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2000, relatori Maurizio Momo, Daniela Biancolini, pp. 223 – 224). Le riprese potrebbero allora riferirsi tutte alla campagna realizzata per il padiglione piemontese alla Mostra Etnografica di Roma del 1911.

[39]  Bertea , Gli affreschi, op.cit. Come risulta da un primo confronto tra le tavole qui pubblicate e le stampe conservate nel Fondo Dall’Armi dell’Archivio Storico della Città di Torino e nell’Archivio Fotografico della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte, il corpus realizzato dal fotografo è più esteso del pubblicato da Bertea, ma occorrerà un confronto con le lastre appunto conservate nel Fondo Dall’Armi per una più puntuale verifica di questa importante campagna di documentazione. Per Dall’Armi cfr. Dario Reteuna, Primario studio. Da Dall’Armi a Cagliero sessant’anni di vita a Torino.   Torino: Regione Piemonte, Fondazione Italiana per la Fotografia, 1998, che costituisce un primo sommario tentativo di presentazione dell’attività di questo importante professionista torinese.

[40] Gian Carlo Dall’Armi, Il Barocco Piemontese, “Illustrazione fotografica d’arte antica in Italia”. Torino: Dall’Armi, s.d. [1915], sei cartelle fotografiche corredate di  notizie storico-critiche.

[41] Di Pedrini oltre alla ricca produzione editoriale va ricordata  la numerosa serie di contributi apparsi in “Atti e Rassegna Tecnica della Società Ingegneri e Architetti di Torino”.

[42] Le immagini, non datate,  sono comprese negli album A34 ed A10 del Fondo Gabinio della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino; una prima occasione documentata di visita a Ranverso risaliva al 4 novembre 1906, in occasione di una gita compiuta con l’Unione Escursionisti, a cui Gabinio apparteneva, sotto la guida di Riccardo Brayda; una delle immagini realizzate in quella occasione venne utilizzata dallo stesso studioso per la copertina del suo Una visita a Sant’Antonio di Ranverso (Valle di Susa).  Torino: Tip. Massaro,  1906. Per una più estesa discussione dei rapporti Brayda / Gabinio  cfr. P. Cavanna, Mario Gabinio, vita attraverso le immagini, in Mario Gabinio: Dal paesaggio alla forma: Fotografie 1890-1938, catalogo della mostra (Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, 28 novembre 1996-16 febbraio 1997) a cura di P. Cavanna, Paolo Costantini. Torino: Allemandi, 1996, pp. 7- 35.

[43]Piemonte, “Attraverso l’Italia”, I, Milano, Touring Club Italiano, 1930 comprende due riproduzioni degli affreschi in San Sebastiano a Pecetto (tavv.124, 125) mentre di Ranverso è pubblicata solo l’immagine del prospetto della chiesa.

[44]Mario Sansoni (1882-1975) dopo un primo periodo di attività come operatore Alinari si mette in società con Giulio Bencini nel primo dopoguerra e quindi in proprio intorno alla metà degli anni Venti, dedicandosi esclusivamente alla documentazione delle opere d’arte. In questa veste viene incaricato dalla Frick Reference Library di New York di compiere una grandiosa campagna di documentazione del patrimonio artistico medievale e rinascimentale in Europa, cfr. redazionale, I nostri antenati, “AFT”, 3 (1987), n.5,  giugno, pp. 44-45. Una più approfondita conoscenza di questo progetto documentario potrà essere ricavata dallo studio attento dei diari di lavoro di Mario Sansoni, conservati presso l’Archivio Fotografico Toscano di Prato, che non è stato possibile consultare in questa occasione; ricostruzione che sarà da porre a corredo di quel “recupero delle fotografie realizzate da Mario Sansoni per miss Helen Frick all’inizio degli anni Trenta [che] è ormai un obbligo metodologico”, di cui ha parlato  Giovanni Romano, Presentazione, in Id., a cura di, Pittura e miniatura del Trecento in Piemonte. Torino: Cassa di Risparmio di Torino, 1997, p.12.  L’individuazione del fotografo fiorentino quale responsabile di una così vasta e impegnativa campagna di documentazione si inserisce non solo nel progetto culturale  della famiglia Frick, ma costituisce anche una ulteriore conferma della  specifica attenzione per l’uso appropriato della fotografia, e del conseguente riconoscimento del lavoro dei fotografi,  che nella cultura statunitense risulta un dato acquisito ben prima che ciò accada in Europa; basti pensare, per fare solo alcuni esempi, all’attenzione prestata  da Arthur Kingsley Porter, Romanesque Sculpture of the Pilgrimage Roads.  New York: Hacher Art Books, 1966 (I ed. 1923), buon fotografo e severo giudice dell’attività degli studi più rinomati (“The catalogue is unfortunately of little use”, per Romualdo Moscioni, “Photographs of the highest quality”, per Clarence Kennedy e così via)  ed alle precisazioni contenute nella prefazione che Harry Dobson Miller Grier, direttore della collezione,  scrive per The Frick Collection. An illustrated catalogue, I-II. New York: The Frick Collection, 1968, p. xxii: “The black and white photographs of the paintings were made by Francis Beaton, our staff photographer, who has faithfully served the Collection for over thirty years. The reproductions in those and subsequent volumes of this catalogue will provide an enduring record of his talent, which has never been duly acknowledge. For the color reproductions of the paintings,  ektachromes were made by Joseph Corboy and Geoffrey Clements. The photograph of the Frick Collection building is by Ezra Stoller, and the colour photographs of the galleries are by Lionel Freedman.”

[45]Cfr. Massimo Ferretti, Fra traduzione e riduzione. La fotografia d’arte come oggetto e come modello, in Gli Alinari fotografi a Firenze 1852-1920, catalogo della mostra (Firenze, Forte di Belvedere, 1977) a cura di Wladimiro Settimelli, Filippo Zevi. Firenze: Edizioni Alinari, 1977 pp.116-142 (p.124), che per la casa fiorentina colloca a partire dal  1876 il periodo in cui le campagne di documentazione “diventano l’occasione di un rilevamento ravvicinato e linguisticamente più problematico”, ma sostanzialmente legato alla estrapolazione di elementi “decorativi” con immediata valenza commerciale e connessi al nascente interesse italiano per i rapporti tra arte e industria; si veda anche E. Spalletti, op.cit., p.473. Un diverso atteggiamento, orientato ad una lettura contestuale dell’opera e della scena rappresentata lo si ritrova invece, negli anni a cavallo tra i due secoli nelle fotografie dei gruppi statuari del Sacro Monte di Crea realizzate da Francesco Negri, non a caso nella doppia veste di fotografo e di studioso, cfr. P. Cavanna, Cinquant’anni di sguardi: la fotografia scopre il Sacro Monte, in Amilcare Barbero, Carlenrica Spantigati, a cura di, Sacro Monte di Crea.  Alessandria: Cassa di Risparmio di Alessandria, 1998, pp.137-145. Come è noto un uso mirabilmente critico della documentazione fotografica venne per primo realizzato in Italia da Roberto Longhi, Piero della Francesca. Roma: Valori Plastici, 1927.

[46] Augusto Cavallari Murat, Considerazioni sulla pittura piemontese verso la metà del sec. XV, “Bollettino  Storico Bibliografico Subalpino”, 38 (1936), n.1-2, gennaio-giugno, pp.43-79, corredato di una interessante documentazione fotografica prevalentemente dovuta all’autore stesso ma anche a Toesca (Fenis, cappella, particolare con una Santa), Rossi (Villafranca Piemonte, chiesa della Missione, particolare dell’Arcangelo e Deposizione) e Bertea (naturalmente per Ranverso, da confrontare con la produzione Dall’Armi). Questo significativo apparato di immagini è stato escluso dalla riedizione del saggio in Id., Come carena viva, I. Torino: Bottega d’Erasmo, 1982, pp.99-128.

[47] Giovanni Romano, Presentazione, in Id., a cura di, Gotico in Piemonte. Torino: Cassa di Risparmio di Torino, 1992, p.11.

[48]Vittorio Viale, Gotico e Rinascimento in Piemonte, catalogo della 2a mostra d’arte a Palazzo Carignano.  Torino: Città di Torino, 1939. Mentre Scoffone realizza gli ingrandimenti per le sale 4, 5 e 6 a Paolo Beccaria si devono le fotografie per il catalogo.

[49]Cfr. Cavanna, Mario Gabinio, op.cit., p.19.